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Violenza domestica e omertà in condominio
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Violenza domestica e omertà in condominio

Femminicidi, Condominio, e diffusione della responsabilità. Un triste fenomeno "nascosto"

 

Dove accadono i crimini familiari? Dove ha luogo il femminicidio?

8 settembre 2017 la giovane A.M. muore trascinata dall'auto dell'ex fidanzato nel cortile dello stabile nel quale avevano convissuto ai tempi della loro relazione.

28 febbraio 2018 l'Appuntato Luigi Capasso all'interno dello stabile in cui viveva precedentemente la separazione con la moglie A.G. spara a lei, uccide le figlie e poi si ammazza.

19 marzo 2018 I.V. in fase di separazione, viene uccisa da Pasquale Vitiello,il suo ex coniuge che le spara davanti la scuola della propria figlia e successivamente si toglie la vita con la stessa arma.

Sono tre esempi, tre stralci di storie o meglio, tre finali, perché la storia, come ben sanno le donne vittime di violenza ed i loro bambini, quelle che ce l'hanno fatta ad uscirne, o forse quelle che sono state maggiormente fortunate, la storia, che si esprime in questi tragici epiloghi, è una storia che nasce molto prima, una storia fatta di violenza diretta e indiretta, palese o subdolamente perpetrata,di cui il "femminicidio" è solo l'ultimo atto.

La storia, è altrove, è prima, un prima che solo dopo viene interrogato, in un dopo che oramai è troppo tardi.

=> Il dispetto in condominio.

Sono solo tre esempi nell'oceano di storie di vita vissute e finite tragicamente, dove le donne hanno provato a salvarsi o in silenzio hanno subito, ma comunque sono storie lunghe che si dipanano in meandri di vita dove ad ogni snodo, ad ogni passaggio, qualcuno o qualcosa poteva intervenire, ed invece… silenzio….

E poi, spesso, troppo spesso, morte… vicende che per molti di noi finiscono per diventare solo ed esclusivamente storie, storie che magari ci indignano, ma giusto per lo spazio della lettura del contenuto di cronaca o per lo spazio di una chiacchiera da bar.

Storie, storie da commentare magari contriti, magari increduli ed arrabbiati, ma sono storie che trovano giusto lo spazio di commenti veloci e poi…. poi ognuno di noi torna alla propria vita, come succede sempre quando sentiamo di un lutto o una perdita o una malattia che non ci riguardano da vicino.

Sfioriamo il sentimento di dolore che ci provoca la veloce identificazione e poi, poi neghiamo, è umano, è naturale, è imperativo dettato dalla sopravvivenza, ma di fatto volgiamo lo sguardo altrove, perché finchè non ci toccano da vicino, certi eventi sono solo storie…. storie di donne, ma altre donne, donne che non siamo noi, non è nostra figlia, nostra madre, nostra sorella, o un'amica, sono solo storie di fantasmi che incontrano la nostra percezione per un attimo e poi nulla più… storie…

Lontane… o preferiamo pensarle tali perché altrimenti dovremmo ammettere che nessuna di noi è al sicuro, che queste storie di donne "altre", in realtà, possono essere le storie di ognuna di noi, perché sono storie di madri, sorelle, figlie, mogli, donne che sono state strappate alla vita all'interno del luogo che tutti pensiamo più sicuro, la famiglia, quel "dentro" rassicurante che distinguiamo sempre dal "fuori" pericoloso e degno di sospetto.

Donne spezzate all'interno delle mura domestiche, all'interno di quelle relazioni d'amore a cui noi tutti ci affidiamo.

Non possiamo avvicinare queste storie più di tanto, pena il crollo di ogni certezza, perché si sa, la famiglia, il legame genitori/figli, marito/moglie sono i legami più sicuri, che generano amore e vita e perpetrano la specie, legami che tramandano il sangue e il valore di ciascuno.

Non possiamo avvicinare troppo queste storie altrimenti dovremmo chiederci se esiste un posto sicuro e potremmo risponderci di no, per cui queste donne diventano volti, narrazioni, pretesti politici, disegni di legge, ma nulla, nulla di più.

Ogni volta che una donna cade sull'altare del potere maschile, si sprecano le parole, le proposte, le accuse, le dietrologie:"eh sì litigavano, eh sì lui era violento, eh sì lei non se ne era andata, eh sì aveva denunciato"… ma poi nulla, la ricerca del capro espiatorio si avvia e si configura sempre in un altro, un qualcuno che è al di là della voce di chi narra, perché anche chi narra si allontana; non gli riguarda, non gli può riguardare, soprattutto nel nostro paese che ha leggi all'avanguardia, che non riveste noi donne di veli, che ci consente di votare, lavorare, abortire.

Nel nostro bel paese, quando una storia di violenze esita nel "femminicidio" il colpevole è sempre un altro, la famiglia che non l'ha protetta, le forze dell'ordine che non hanno fatto il proprio dovere, la donna :

Che cavolo che ci vai a fare a parlare l'ultima volta con lui?

Perché si sa, comunque, in questi casi, è sempre un po' colpa della donna stessa. Troppo debole, troppo emotiva, troppo imprudente e per molti stupida.

Ma come, vedi che ti picchia, che ti maltratta, che ti umilia, che ti sminuisce, e non te ne vai? Non denunci? Non ti opponi?

E se la donna denuncia…

allora è morta perché alle sue grida di aiuto le forze dell'ordine non hanno apposto adeguata protezione.

Sempre un altro, sempre altri, che non siamo noi che guardiamo, che potevano fare qualcosa e non l'hanno fatta.

Sono storie, storie di vita spezzata che di fatto viene anche sporcata da una dietrologia carica di una retorica sterile che di queste donne non raccontano nulla, e che non danno nessun contributo a quelle che restano, perché se l'orco può essere dentro casa, come la nostra mente rifiuta, e le statistiche invece sottolineano, allora tutte dobbiamo guardarci le spalle, e guardare le spalle alle nostre sorelle… ed invece…

Ci facciamo rassicurare dalla presenza di leggi, che sicuramente esistono e forniscono uno strumento in più a noi donne occidentali, rispetto alle donne di altri paesi che non hanno nemmeno un supporto legislativo per vender cara la pelle, ma in realtà la presenza delle leggi non garantisce la sua osservanza, e fornisce tanta sicurezza quanto avere un bicchiere d'acqua tra le mani per spegnere un incendio.

E nel caso della violenza di genere, della violenza domestica, dei femminicidi, di incendio si tratta, e le leggi sono esattamente il bicchiere d'acqua.

Cosa c'entra tutto questo con noi? E cosa c'entra tutto questo con il condominio?

=> Stalking "condominiale". Come difendersi

Proviamo ad immaginare le nostre tre donne assunte ad esempio, di loro si è detto, dopo, solo dopo, che venivano da storie turbolente, travagliate, complicate dalla loro decisione di separarsi, perché si sa, quelle stupide che restano sotto la violenza, sono stupide, ma magari vivono; le intelligenti, le forti, si separano, e poi muoiono, è brutto sottolinearlo, non ci facciamo una gran bella figura, ma di fatto è chiaro che è proprio la paura di venire definitivamente ammazzate che spesso porta le donne a subire in silenzio, dove il silenzio è l'assenza delle denunce, l'assenza della separazione, ma non il silenzio in sè per sé.

Una donna vittima di violenza, prima di divenire vittima di femminicidio, grida, sicuramente grida. Grida quando viene picchiata, grida quando viene umiliata, grida quando gira piena di lividi e grida mentre dice di essere caduta dalle scale, grida, grida finchè non smette di gridare.

Basta un cenno che mostri al carnefice che la vittima è sfuggita o pensa di sfuggire alla sua prigionia, alla sua supremazia e scatta il gesto estremo, spesso, erroneamente definito raptus, come se la follia fosse una attenuante, o un altro modo per rassicurarci, per relegare il male sempre in un altro che non è nostro marito, il nostro compagno, nostro figlio o nostro padre, un altro che non ci riguarda, pazzo folle sconosciuto e lontano.

Ci identifichiamo e contemporaneamente dobbiamo spersonalizzare storie che riguardano tutti noi da vicino, perché queste donne che gridano mentre vengono malmenate e questi uomini che gridano mentre usano la violenza, per sottolineare la supremazia che la legge pretende di togliere loro, qualcuno li sente… ma è questo qualcuno che tace, non la donna vittima di violenza, non il suo aggressore, ma tutti coloro che ascoltano le grida e girano lo sguardo altrove.

All'interno del condominio sentiamo se il vicino alza la voce dello stereo un poco di più, sentiamo se indossa calzature di legno o se chiama i propri figli dal balcone, eppure, non sentiamo mai le grida di donne maltrattate, o di uomini che usano violenza, non sentiamo… o forse si? Forse sentiamo, ma la paura ci può frenare, ci può frenare l'idea che nelle questioni familiari non ci si debba intromettere, lo dicono perfino i proverbi

I panni sporchi si lavano in famiglia

Oppure

Tra moglie e marito non mettere il dito

Eppure potremmo chiederci quante donne si sarebbero potute salvare o potremmo salvare se culturalmente imparassimo a stendere il bucato familiare al sole, dove tutti lo possono vedere, o se magari imparassimo a farceli un poco i fatti degli altri, che magari non campiamo cento anni, ma forse, sia noi che gli altri, campiamo meglio.

=> Stendere i panni in condominio, divieti, limiti e rimedi nel caso di comportamenti illeciti o semplicemente fastidiosi

La questione del rispetto della privacy è valida, ovviamente, ma non deve essere un limite o un facile paravento dove occultare la nostra omertà, il nostro procedere oltre. Quando poi la situazione precipita, familiari, parenti, ma anche vicini, se vai a scavare, ti accorgi che sapevano, tutti sapevano, e allora perché quella donna è finita così? E' responsabilità sua? Della legge? Delle forze dell'ordine?

Ogni donna ammazzata perché donna è responsabilità di ognuno di noi, perché è responsabilità di una cultura che non ha ancora interiorizzato delle norme di legge che suggeriscono comportamenti distanti dal vissuto dilagante e che ancora risentono di istituti che sono decaduti solo di recente e solo sulla carta.

Il delitto d'onore, lo ius corrigendi, la potestà maritale, la proprietà che il maschio deteneva sulle donne della famiglia, è decaduta solo nei codici, ma nell'immaginario comune, nelle rappresentazioni di ciò che significa essere donne ed essere uomini è ancora presente, e il femminicidio risulta essere un terribile colpo di coda del patriarcato che resiste e permane in tutte quelle manifestazioni, dalle più banali alle più gravi, che stanno lì a testimoniare, ancora una volta, che essere uomini ed essere donne non riguarda una differenza di attributi e di ruoli quanto piuttosto ancora, e ancora, e ancora, una differenza di valore, per cui la donna è il soggetto inferiore che va gestito, esibito, educato e purtroppo non ancora rispettato.

Le leggi ci sono ma la cultura arranca, arranca nei confronti delle donne, delle loro aspirazioni, del loro corpo, fornendo alle signore una emancipazione solo fittizia, laddove le stesse donne faticano a stravolgere la cultura riproponendo loro per prime modelli patriarcali ogni qualvolta sognano un principe che le salvi come se non bastassero per se stesse.

Ed allora se sentiamo i vicini litigare, magari alziamo il volume della nostra televisione e nulla altro, cosa dovremmo fare? Non ci riguarda

E se invece ci riguardasse?

Il timore, la paura, il pudore, sicuramente sono spinte emotive che favoriscono l'omertà, ma di sicuro il silenzio che accoglie le grida di queste donne, soprattutto oggi, che la legge permette di procedere anche su segnalazione anonima, così che i vicini non debbano preoccuparsi di ritorsioni da parte dell'uomo violento, ha radici più complesse e probabilmente può rientrare in quello che in letteratura viene definito l'effetto spettatore durante le emergenze o diffusione di responsabilità.

=> Stalking in condominio: i Vicini che ti rendono la vita impossibile.

Questo costrutto psicologico rende ragione di un paradosso che se non portasse con sé estreme conseguenze potrebbe anche risultare estremamente ironico, figlio di quella fantasiosa ironia che solo la realtà può manifestare. Vediamo di cosa si tratta.

Proprio noi donne che viviamo in una cultura emancipata e abitiamo grandi città evolute sappiamo cosa significa dover magari tornare la sera tardi da sole e di istinto, e la psicologia ha evidenziato, sbagliando, decidiamo sempre di percorrere strade affollate o comunque non isolate, perché pensiamo che laddove dovessimo incappare in qualche male intenzionato la presenza di altre persone ci assicurerebbe un aiuto, un supporto, la psicologia invece ha dimostrato che, al contrario, in caso di pericolo è più facile essere aiutati in una strada con un solo passante piuttosto che all'interno di un percorso attraversato da tre o più persone.

Darley e Latanè nel 1968 si sono occupati di questo volendo far luce sulla vicenda di Kitty Genovese e sul perché nessuno dei suoi vicini si sia mosso per aiutarla. Kitty Genovese era una ragazza di New York che gestiva un bar e viveva con la sua ragazza in un appartamento nel Queens. La notte del 13 marzo 1964, rientrando a casa veniva pugnalata da Winston Moseley.

I vicini di casa, dai loro appartamenti gridarono qualcosa all'aggressore, che inizialmente si allontanò ma poi tornò a cercare la giovane, trovandola agonizzante la uccise.

La parte inquietante dell'omicidio è che 38 persone avevano assistito all'aggressione, ma nessuno era intervenuto nonostante l'aggressore avesse impiegato circa 30 minuti per compiere il tutto, ovvero nessuna delle 38 persone era scesa dalla propria abitazione per aiutare la ragazza.

Ovviamente l'opinione pubblica aveva commentato puntando tutto sulla decadenza morale o sulla deumanizzazione legata all'urbanizzazione, in realtà prima MIllgram e Hollander (1964) e poi Darley e Latanè (1968) con i loro esperimenti evidenziarono che in situazione di emergenza ogni individuo vive un conflitto interno, tra la norma morale che invita ad aiutare e le proprie paure, ma negli studi di Darley e Latanè viene evidenziato anche che laddove un soggetto si trova da solo di fronte alla necessità di aiutare qualcuno nell'85% dei casi si muove, laddove invece i soggetti aumentano la percentuale si abbassa sempre di più fino a divenire nulla in caso di molte persone.

Secondo gli autori trovarsi con altre persone al cospetto di una emergenza pone nel conflitto legato allo scegliere se dover fare qualcosa oppure no, alla convinzione che qualcun altro già si sia attivato per chiedere aiuto anche se non se ne ha la certezza, per cui la responsabilità di agire per aiutare viene automaticamente attribuita agli altri portando gli autori a concludere che è più probabile essere aiutati quando ci sono poche persone presenti in una situazione di pericolo.

Qualcosa del genere accade anche in condominio laddove ci sia una situazione di emergenza, laddove probabilmente qualcun altro si assumerà la responsabilità di chiedere aiuto e molto probabilmente è il motivo per cui in caso di femminicidio o di violenza domestica, benchè le donne gridino, tutto in torno a loro tace.

Allora ricordiamoci di questo costrutto psicologico e di queste statistiche e ricordiamoci che il condomino è caratterizzato per lo più da famiglie e laddove sentiamo grida o rumori legati a violenza non aspettiamo che siano gli altri ad agire, agiamo noi, perché ad oggi la legge ci consente segnalazioni anche anonime, intromettiamoci nella vita altrui se si tratta di contribuire a salvarla, perché ogni volto di donna che attraversa la cronaca potrebbe essere il nostro, quello di nostra madre, di nostra sorella, di nostra figlia, e anche della nostra vicina di casa.

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