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Spese acqua in condominio blindate dal regolamento condominiale
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Spese acqua in condominio blindate dal regolamento condominiale

Spese per il consumo dell'acqua e regolamento condominiale contrattuale

Dott.ssa Marta Jerovante  

Il caso Dopo che alcune unità immobiliari erano state adibite a clinica medica, con conseguente, rilevante aumento delle spese relative all'erogazione di acqua per tutto lo stabile, alcuni condomini agivano in giudizio, al fine di ottenere la sostituzione della clausola del regolamento condominiale che poneva il riparto per millesimi quale criterio per la determinazione delle singole quote delle spese relative all'impianto di acquedotto ed al consumo di acqua potabile.

Detto criterio di ripartizione - lamentavano gli attori - integrava una evidente menomazione dei diritti dei condomini, poiché non teneva in alcun conto la diversa destinazione d'uso delle unità occupate.

La decisione: l'"incompetenza" dell'autorità giudiziaria Lapidaria la pronuncia: al giudice è del tutto preclusa la possibilità di superare la «volontà dell'assemblea dei condomini, che è sovrana».

Il regolamento condominiale - nel caso di specie, peraltro, un regolamento cd. esterno, in quanto predisposto dall'originario unico proprietario, e dunque di natura contrattuale - stabilisce espressamente che la ripartizione delle spese relative ai consumi di acqua avvenga sulla base delle quote millesimali; pertanto, l'autorità giudiziaria non ha alcun potere modificativo del regolamento condominiale e dei criteri di riparto nel medesimo fissati.

L'obbligatorietà della misurazione "a consumo" Per la verità, non si può fare a meno di osservare comela ripartizione per millesimi, sia pure sulla scorta di una previsione convenzionale che ponga esplicitamente tale criterio per la suddivisione delle spese, non appaia del tutto adeguata in fattispecie come la presente o in altre analoghe (Trib.

Milano, 6 febbraio 2018, n. 1280): essa non considera affatto l'effettivo consumo delle singole unità immobiliari, né consente di desumerlo, come accade, ad esempio, nell'ipotesi in cui il consumo dell'acqua venga rilevato in riferimento agli "abitanti" delle proprietà esclusive (sia pure in virtù di un criterio meramente presuntivo), oppure nel caso in cui, più ragionevolmente, le spese vengano ripartite in proporzione all'uso che ciascuno può farne (art. 1123, comma 2, c.c.) - sebbene poi eventuali maggiorazioni di spesa dipendenti da un supposto maggior utilizzo concreto, quale quello dipendente da una destinazione dell'unità immobiliare ad un'attività aperta al pubblico, possano ugualmente incappare in pronunce di manifesta irrazionalità (Trib.

Monza 26 marzo 2001: il riferimento, in tale fattispecie, era ad una delibera assembleare con la quale era stato disposto che gli studi professionali o le sedi di attività commerciali pagassero il servizio di fornitura di acqua potabile comune in misura superiore a quello delle unità abitative).

 Continua [...]

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Sentenza inedita
Scarica Tribunale di Milano, , 2 marzo 2018, n. 2505

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