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Il vicino va in vacanza e si «dimentica» il cane in casa.
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Il vicino va in vacanza e si «dimentica» il cane in casa.

Il proprietario che lascia il cane da solo nell'appartamento si becca una condanna

 

Condannata la proprietaria di un cagnolino lasciato per giorni da solo nell'appartamento

Lasci il cane a casa per andare in vacanza? È abbandono!

Condannata una signora che era partita per le vacanze lasciando il proprio meticcio da solo in casa, pur assicurandogli cibo ed acqua insufficienti però per tutto il periodo in cui sarebbe mancata e soprattutto non preoccupandosi minimamente di abbandonare, di fatto, il proprio animale a se stesso: è questa la decisione del Tribunale di Arezzo che il 19 giugno scorso, ritenendo l'incosciente proprietaria responsabile del reato di abbandono di animali, le ha comminato un'ammenda di 3.000 euro.

Decisivo l'intervento dei vicini e le testimonianze loro e dei Carabinieri. Stanchi (ma anche preoccupati) dei continui pianti dell'animale, i vicini di casa hanno chiamato i Carabinieri che, riusciti ad entrare nell'appartamento, si sono trovati davanti ad una scena davvero degradante: la povera bestiola era "senza cibo ed acqua, costretta a muoversi in un piccolo spazio, ovvero in una stanza, il cui pavimento era ricoperto di urina ed escrementi" (Trib. di Arezzo - Sez.

Penale, sent. del 19/06/2014): decisive al fine di accertare il protrarsi di tale condizione sono state le testimonianze rese dai vicini di casa, da cui infatti "è emerso che il cane si lamentava e piangeva ininterrottamente e ciò era avvenuto anche nelle giornate precedenti".=> Il cane abbaia giorno e notte? Condannato al risarcimento danni il condomino.

Orbene, tale condizione configura sicuramente uno stato di abbandono, punito dall'art. 727 cod. pen. anche con l'arresto, posto che, come ricorda lo stesso Giudice aretino, "nel comune sentire può qualificarsi l'abbandono come senso di trascuratezza o disinteresse verso qualcuno o qualcosa o anche mancanza di attenzione" (Cass. Pen., Sez III, sent. 18892 del 02/02/2011).

Per abbandonare non occorre… abbandonare. Nella sentenza in esame viene ribadito un sacrosanto principio di fatto, prima ancora che giuridico: perché si configuri il reato di abbandono di un animale non occorre necessariamente che ci si disfi una volta per tutte di esso, ben potendo compiersi il reato di cui all'art. 727 cod. pen. anche solo mal curando il nostro amico a 4 zampe.

Ammonisce infatti il Giudice toscano che "la nozione di abbandono è da intendersi non solo come precisa volontà di abbandonare (o lasciare) definitivamente l'animale, ma di non prendersene più cura, ben consapevole della incapacità dell'animale di non poter più provvedere a sé stesso come quando era affidato alle cure del proprio padrone".

Tale atteggiamento di trascuratezza, infatti, pur non implicando volontà (ossia dolo) di abbandono, integra gli estremi della "colpa" (penalmente parlando), elemento costitutivo sufficiente a far sussistere il reato in parola poiché esso è di natura contravvenzionale e non delittuosa.

Abbandonare un case è come abbandonare una persona incapace. Ma la decisione del Tribunale di Arezzo colpisce anche per un ardito quanto encomiabile parallelismo che il Giudice compie tra il reato di abbandono di animali e quello punito dall'art. 591 cod. pen. (Abbandono di persone minori o incapaci), dal momento che "in tali casi per abbandono va inteso non solo il mero distacco ma anche l'omesso adempimento da parte dell'agente, dei propri doveri di custodia e cura e la consapevolezza di lasciare il soggetto passivo in una situazione di incapacità di provvedere a sé stesso".

Lasciare un soggetto in una situazione di incapacità a provvedere a se stesso: è questo il concetto chiave per delineare la situazione di abbandono e determinare se sia stato commesso un reato o no.

E poco importa, quindi, che il soggetto in questione sia un essere umano (minore o comunque non autosufficiente che sia) piuttosto che un animale domestico, perché, come già evidenziato in altro commento (Ecco cosa succede quando si maltratta il proprio cane), il nostro ordinamento giuridico già da tempo si muove finalmente verso una tutela sempre più responsabile e "umana" degli esseri viventi che umani non sono

La civiltà di un popolo si misura dal modo in cui tratta gli animali. Questa presa di coscienza da parte del nostro Legislatore (e di conseguenza da parte dei Giudici) permette un notevole passo avanti nel senso della civilizzazione della nostra società, quotidianamente accusata di inciviltà ed a volte anche crudeltà.

Naturalmente la dignità e la tutela dell'essere umano e dei suoi diritti sono e devono restare l'elemento cardine del nostro sistema giuridico, se vogliamo ancora definire civile la nostra Nazione, ma è innegabile come non possa certo tributarsi stima ad un popolo che rispetti sé stesso ma prevarichi, a volte anche in maniera eclatante, i diritti degli altri esseri viventi, specie quando si tratta degli animali cosiddetti "domestici".

Se è vero, come è vero, quel che ebbe a dire Gandhi, ossia che la civiltà di un popolo si misura dal modo in cui tratta gli animali.

Da non perdere: In galera il proprietario del cane aggressivo, anche se chiuso nel giardino di casa.

Scarica Tribunale di Arezzo, del 19-06-2014

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