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Riporto di seguito il testo di un articolo (autore Valentina Chiarle) apparso su "Gazzetta Filosofica", sperando di suscitare un dibattito.

Consiglio la lettura specialmente a coloro che non si fanno una ragione del fatto di dover convivere con altri esseri umani (inclusi i bambini). La speranza è che la lettura dell'articolo faccia maturare nelle persone in questione una ben precisa presa di coscienza: sono sociopatiche ed inadatte alla vita in condominio.

Buona lettura!! 

***

“Non correre!” è una delle frasi più inflazionate rivolte all’infanzia: viene inevitabilmente pronunciata quando un bambino si lancia improvvisamente verso uno spazio ignoto per conoscerlo, attraversarlo e sperimentarlo. Libero di sfidare il vento e testare le proprie capacità motorie, pensa che quello spazio sia a disposizione per lui, spinto dalla curiosità di cercare un limite, quel limite che spesso gli viene dato al momento sbagliato e nel posto sbagliato. Porre un limite è indubbiamente necessario quando si ricopre un ruolo di guida nei confronti dell’infanzia, il limite aiuta il bambino a governare le sue azioni, le sue emozioni, le sue sensazioni; da piccolo non ha ancora gli strumenti necessari per dominare la sua esistenza e proverà a cercare da solo quel limite, ma trovarlo senza indicazioni risulterà molto complesso e rischierà di perdersi. Tuttavia vi sono campi di esperienza all’interno dei quali occorre lasciare piena possibilità di espressione, uno di questi è il campo di esperienza del movimento. Correre, cadere, sbucciarsi le ginocchia, chiedere aiuto e ripartire, perché non correre? L’adulto dovrebbe semplicemente avere consapevolezza del luogo che il bambino sta esplorando e assicurarsi che, al momento della sua perlustrazione, non si troverà in pericolo; dati questi presupposti, i bambini devono avere la possibilità di correre, muoversi, stancarsi, vivere gli spazi su sentieri poco battuti e terreni scoscesi per affinare le loro competenze psicomotorie, elaborare strategie per dominare tutti i movimenti e raggiungere così quell’equilibrio che li fortificherà e li farà sentire sicuri dei prossimi passi da compiere.

Praticare gli spazi aperti dove la natura predomina, anche solo grazie alla presenza di prati e alberi, riporta l’essere umano a riattivare processi fondamentali, abbassa i livelli di aggressività e innesca capacità di reazione oltre a giovare al benessere psicofisico. Bambini e bambine vivono in appartamenti sempre più ristretti ed essenziali, privi della possibilità di scendere in cortile o in giardino; e laddove il giardino esiste, è regolamentato da norme restrittive che lo legittimano esclusivamente a luogo decorativo. Quando l’adulto ha la possibilità di attivare quelle azioni di supervisione e controllo “invisibile” che fanno credere al bambino di poter fare da solo, uscire di casa anche solo qualche metro in totale autonomia e vivere le proprie esperienze ludiche, determina una crescita formativa preziosa che rinforza lo sviluppo della personalità. Non solo, abituato a tentare, sbagliare, riprovare e sperimentare lo spazio in libertà e contando solo sui propri sensi, svilupperà l’abilità del discernimento e affinerà la percezione del pericolo. Un cortile per correre è un diritto naturale.

 

Il pedagogista Gianfranco Zavalloni, nel suo meraviglioso saggio La pedagogia della lumaca, propone e riscrive i diritti dei bambini e delle bambine a mio avviso perfettamente declinabili anche sull’età adulta, definendo questa sua personale raccolta dei diritti "Il manifesto dei diritti naturali di bimbi e bimbe”. Perché i diritti naturali? Perché l’uomo non nasce per passare il tempo della sua vita dentro a una scatola, ma anche e soprattutto per vivere in uno spazio aperto a sua disposizione davanti a casa, per prendersi cura dei luoghi che abita, usare i propri sensi per discernere e le mani per creare.

 

« 1. Il diritto all’ozio, a vivere momenti di tempo non programmato dagli adulti;

2. Il diritto a sporcarsi, a giocare con la sabbia, la terra, l’erba, le foglie, l’acqua, i sassi, i rametti;

3. Il diritto agli odori, a percepire il gusto degli odori, riconoscere i profumi offerti dalla natura;

4. Il diritto al dialogo, ad ascoltare e poter prendere la parola, interloquire e dialogare;

5. Il diritto all’uso delle mani, a piantare chiodi, segare e raspare legni, scartavetrare, incollare, plasmare la creta, legare corde, accendere un fuoco;

6. Il diritto a un buon inizio, a mangiare cibi sani fin dalla nascita, bere acqua pulita e respirare aria pura

7. Il diritto alla strada, a giocare in piazza liberamente, a camminare per le strade;

8. Il diritto al selvaggio, a costruire un rifugio gioco nei boschetti, ad avere canneti in cui nascondersi, alberi su cui arrampicarsi;

9. Il diritto al silenzio, ad ascoltare il soffio del vento, il canto degli uccelli, il gorgogliare dell’acqua;

10. Il diritto alle sfumature, a vedere sorgere il sole e il suo tramonto, ad ammirare, nella notte, la luna e le stelle. » (G. Zavalloni, La pedagogia della lumaca)

 

Richiamerei l’attenzione al diritto alla strada e al diritto al selvaggio, essi corrispondono esattamente ai campi di esperienza oggi sensibilmente negati o ridotti, seppur indirettamente, nei confronti dell’infanzia ma anche dell’età adulta. Inoltre, il diritto alle sfumature viene meno a seguito dell’assenza dei primi due. Come posso ammirare l’alba, il tramonto, la luna e le stelle se non ho un luogo adatto per farlo?

I movimenti che il nostro corpo attiva quando cammina e si muove all’aria aperta hanno un ritorno sostanziale sul nostro benessere psicofisico. Passeggiando la mente vaga e ritorna al presente in tutta semplicità, ricordando quanto l’essenziale possa risultare prezioso.

Franco Cassano in Modernizzare stanca lo illustra in una poetica narrazione.

 

« Passeggiare talvolta è un perdersi breve, in un piccolo spazio, una microfisica dell’avventura, da cui si torna con una storia da raccontare. Passeggiare è ritornare a sé stessi e a quella parte di noi che è la premessa di tutto, staccare la spina a chi ogni giorno vende il presente in offerta speciale. Passeggiare è il desiderio del ragazzo e dell’anziano, un’arte che l’adulto ha rimosso o sostituito con l’agonismo del jogging o del fitness. Passeggiare non serve per tenersi in forma, ma a dare forma alla vita, a farle capire le proporzioni, è la modesta preghiera degli arti inferiori. »

 

Passeggiare per dare forma alla vita, ovvero muoversi nello spazio che ci circonda anche senza una meta o senza un obiettivo, è un’azione che interviene a tutto tondo, a livello olistico sulle varie sfere emotiva, cognitiva, fisica, spirituale.

 

In riferimento a quanto esposto sino a qui, la mia intenzione non è quella di sottolineare quanto il vivere in città possa essere dannoso o possa offrire meno opportunità di benessere. Vorrei, invece, mettere in evidenza quanto moltissime realtà urbane non siano assolutamente adeguate o gestite a misura d’uomo. Prive di aree verdi, di spazi destinati al movimento o messi in sicurezza perché bambini e ragazzi possano correre liberamente. Molti prati dei parchi giochi cittadini sono stati sostituiti da distese di pavimentazione antitrauma, enormi quadrati composti da materiali derivanti dagli scarti degli pneumatici. Questo materiale attutisce le cadute e risolve la manutenzione legata al taglio dell’erba, una volta posato non necessita più di cura e si ottimizzano le risorse economiche. Tuttavia, il materiale di cui è composto attrae e rilascia in maniera esponenziale il calore del sole e, in assenza di alberi ad ombreggiare, diventa quasi impraticabile, oltre a non essere adeguato alle temperature elevate che caratterizzano le stagioni estive di questi ultimi anni. Una città a misura d’uomo, ideata con materiale sostenibile e riorganizzata nella sua viabilità può garantire il diritto al movimento. In origine le città si formarono per un unico scopo, quello di essere luogo destinato alle attività lavorative, commerciali, economiche; a queste si unirono in seguito le esigenze abitative ed è evidente che senza un approccio virtuoso di gestione degli spazi, gli agglomerati urbani perdono alcune caratteristiche fondamentali per il benessere degli abitanti. La costruzione quasi compulsiva dei centri commerciali nelle nostre città è la declinazione più esplicativa dell’utilizzo degli spazi urbani oggi. Questo potrà indubbiamente risultare un esempio banale, ma le rare volte in cui mi reco in un centro commerciale ne riscontro le peculiarità disarmanti: ampi parcheggi in cemento, distese di auto collocate su diversi piani, assenza di alberi e vialetti a protezione della calura estiva, spazi immensi da percorrere, piatti e fluorescenti, connotati da una fasulla pluridimensionalità. Tutte queste caratteristiche non favoriscono quel sano movimento nello spazio che porta benessere.

 

Vorrei dedicare una riflessione finale su quanto fiabe e favole, strumenti sempre attuali per la comprensione della realtà, raccontino molto bene l’importanza del movimento nello spazio, anche nell’attraversare i luoghi più pericolosi. Bambini, giovani e adulti protagonisti delle fiabe affrontano mari in tempesta, si addentrano in boschi e foreste per raggiungere i loro obiettivi di crescita e di formazione della personalità, scalano montagne e attraversano ponti traballanti. È necessario affrontare gli spazi aperti per crescere e tornare diversi a seguito di esperienze vissute lontano dalla propria zona di comfort. Pollicino nel bosco elaborerà geniali strategie per tornare a casa, rinuncerà anche al cibo per tentare di tracciare un sentiero seminando briciole di pane. Cappuccetto Rosso viene mandata addirittura dalla mamma nel bosco, consapevole che ritornerà più preparata ad affrontare la vita. Hansel e Gretel, abbandonati nel bosco, sfidano la strega e bastano a sé stessi per salvarsi. La Sirenetta sceglierà di trasformare la sua coda in un paio di gambe per uscire dal mare ed esplorare un mondo ignoto che la cambierà per sempre, cambierà persino il suo habitat elementale passando dall’acqua alla terra. Quasi tutti i protagonisti di fiabe e favole affrontano un viaggio per ritornare evoluti e consapevoli e il mondo esterno è uno scenario cardine indiscusso; seppur apparentemente insidioso, esso risulta fondamentale per attivare reazioni per un sano cambiamento di crescita. Dante attraverserà la selva oscura e raggiungerà l’inferno per poter arrivare in paradiso. Ulisse solcherà i mari per anni per tornare a casa e non prima di vivere ancora un’ultima estrema avventura che contribuirà alla sua evoluzione interiore. La grande letteratura del fantastico è costellata da luoghi immaginari nei quali uomini, donne, ragazzi e ragazze si addentrano per tornare diversi. Ventimila leghe sotto i mari, I viaggi di Gulliver, Viaggio al centro della terra, La storia infinita, Le città invisibili e Il Castello dei destini incrociati, solo per citarne alcuni. L’elenco delle narrazioni di questi luoghi e spazi del possibile è infinito. Lo stesso Pinocchio compie un viaggio in posti surreali, raggiunge addirittura il paese dei balocchi dove farà i conti con i propri fallimenti per cambiare e migliorarsi, diventare umano. E per concludere vorrei citare lei, l’esploratrice per eccellenza nel mondo delle fiabe, giunta nel paese delle meraviglie attraverso il buco della tana di un coniglio, la piccola grande Alice. Lei è riuscita a trovare il modo di cambiare anche le dimensioni del suo corpo pur di varcare portali e proseguire nel suo cammino, con la scusa di inseguire un coniglio bianco.

 

« Il personaggio di Alice è diventato un simbolo…simbolo dell’infanzia libera e irriverente, che viaggia perplessa in un universo, che non la convince fino in fondo. » (B. Pitzorno, Introduzione ad Alice nel paese delle meraviglie, DeAgostini)

 

Nelle giornate incerte, nei momenti crudeli, nelle notti insonni usciamo cinque minuti nello spazio aperto, muoviamo alcuni passi e spostiamo la prospettiva, per ritornare diversi e dare forma alla nostra esistenza.

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PasquinoPinzocheri dice:

Riporto di seguito il testo di un articolo (autore Valentina Chiarle) apparso su "Gazzetta Filosofica", sperando di suscitare un dibattito.

Consiglio la lettura specialmente a coloro che non si fanno una ragione del fatto di dover convivere con altri esseri umani (inclusi i bambini). La speranza è che la lettura dell'articolo faccia maturare nelle persone in questione una ben precisa presa di coscienza: sono sociopatiche ed inadatte alla vita in condominio.

Buona lettura!! 

***

“Non correre!” è una delle frasi più inflazionate rivolte all’infanzia: viene inevitabilmente pronunciata quando un bambino si lancia improvvisamente verso uno spazio ignoto per conoscerlo, attraversarlo e sperimentarlo. Libero di sfidare il vento e testare le proprie capacità motorie, pensa che quello spazio sia a disposizione per lui, spinto dalla curiosità di cercare un limite, quel limite che spesso gli viene dato al momento sbagliato e nel posto sbagliato. Porre un limite è indubbiamente necessario quando si ricopre un ruolo di guida nei confronti dell’infanzia, il limite aiuta il bambino a governare le sue azioni, le sue emozioni, le sue sensazioni; da piccolo non ha ancora gli strumenti necessari per dominare la sua esistenza e proverà a cercare da solo quel limite, ma trovarlo senza indicazioni risulterà molto complesso e rischierà di perdersi. Tuttavia vi sono campi di esperienza all’interno dei quali occorre lasciare piena possibilità di espressione, uno di questi è il campo di esperienza del movimento. Correre, cadere, sbucciarsi le ginocchia, chiedere aiuto e ripartire, perché non correre? L’adulto dovrebbe semplicemente avere consapevolezza del luogo che il bambino sta esplorando e assicurarsi che, al momento della sua perlustrazione, non si troverà in pericolo; dati questi presupposti, i bambini devono avere la possibilità di correre, muoversi, stancarsi, vivere gli spazi su sentieri poco battuti e terreni scoscesi per affinare le loro competenze psicomotorie, elaborare strategie per dominare tutti i movimenti e raggiungere così quell’equilibrio che li fortificherà e li farà sentire sicuri dei prossimi passi da compiere.

Praticare gli spazi aperti dove la natura predomina, anche solo grazie alla presenza di prati e alberi, riporta l’essere umano a riattivare processi fondamentali, abbassa i livelli di aggressività e innesca capacità di reazione oltre a giovare al benessere psicofisico. Bambini e bambine vivono in appartamenti sempre più ristretti ed essenziali, privi della possibilità di scendere in cortile o in giardino; e laddove il giardino esiste, è regolamentato da norme restrittive che lo legittimano esclusivamente a luogo decorativo. Quando l’adulto ha la possibilità di attivare quelle azioni di supervisione e controllo “invisibile” che fanno credere al bambino di poter fare da solo, uscire di casa anche solo qualche metro in totale autonomia e vivere le proprie esperienze ludiche, determina una crescita formativa preziosa che rinforza lo sviluppo della personalità. Non solo, abituato a tentare, sbagliare, riprovare e sperimentare lo spazio in libertà e contando solo sui propri sensi, svilupperà l’abilità del discernimento e affinerà la percezione del pericolo. Un cortile per correre è un diritto naturale.

 

Il pedagogista Gianfranco Zavalloni, nel suo meraviglioso saggio La pedagogia della lumaca, propone e riscrive i diritti dei bambini e delle bambine a mio avviso perfettamente declinabili anche sull’età adulta, definendo questa sua personale raccolta dei diritti "Il manifesto dei diritti naturali di bimbi e bimbe”. Perché i diritti naturali? Perché l’uomo non nasce per passare il tempo della sua vita dentro a una scatola, ma anche e soprattutto per vivere in uno spazio aperto a sua disposizione davanti a casa, per prendersi cura dei luoghi che abita, usare i propri sensi per discernere e le mani per creare.

 

« 1. Il diritto all’ozio, a vivere momenti di tempo non programmato dagli adulti;

2. Il diritto a sporcarsi, a giocare con la sabbia, la terra, l’erba, le foglie, l’acqua, i sassi, i rametti;

3. Il diritto agli odori, a percepire il gusto degli odori, riconoscere i profumi offerti dalla natura;

4. Il diritto al dialogo, ad ascoltare e poter prendere la parola, interloquire e dialogare;

5. Il diritto all’uso delle mani, a piantare chiodi, segare e raspare legni, scartavetrare, incollare, plasmare la creta, legare corde, accendere un fuoco;

6. Il diritto a un buon inizio, a mangiare cibi sani fin dalla nascita, bere acqua pulita e respirare aria pura

7. Il diritto alla strada, a giocare in piazza liberamente, a camminare per le strade;

8. Il diritto al selvaggio, a costruire un rifugio gioco nei boschetti, ad avere canneti in cui nascondersi, alberi su cui arrampicarsi;

9. Il diritto al silenzio, ad ascoltare il soffio del vento, il canto degli uccelli, il gorgogliare dell’acqua;

10. Il diritto alle sfumature, a vedere sorgere il sole e il suo tramonto, ad ammirare, nella notte, la luna e le stelle. » (G. Zavalloni, La pedagogia della lumaca)

 

Richiamerei l’attenzione al diritto alla strada e al diritto al selvaggio, essi corrispondono esattamente ai campi di esperienza oggi sensibilmente negati o ridotti, seppur indirettamente, nei confronti dell’infanzia ma anche dell’età adulta. Inoltre, il diritto alle sfumature viene meno a seguito dell’assenza dei primi due. Come posso ammirare l’alba, il tramonto, la luna e le stelle se non ho un luogo adatto per farlo?

I movimenti che il nostro corpo attiva quando cammina e si muove all’aria aperta hanno un ritorno sostanziale sul nostro benessere psicofisico. Passeggiando la mente vaga e ritorna al presente in tutta semplicità, ricordando quanto l’essenziale possa risultare prezioso.

Franco Cassano in Modernizzare stanca lo illustra in una poetica narrazione.

 

« Passeggiare talvolta è un perdersi breve, in un piccolo spazio, una microfisica dell’avventura, da cui si torna con una storia da raccontare. Passeggiare è ritornare a sé stessi e a quella parte di noi che è la premessa di tutto, staccare la spina a chi ogni giorno vende il presente in offerta speciale. Passeggiare è il desiderio del ragazzo e dell’anziano, un’arte che l’adulto ha rimosso o sostituito con l’agonismo del jogging o del fitness. Passeggiare non serve per tenersi in forma, ma a dare forma alla vita, a farle capire le proporzioni, è la modesta preghiera degli arti inferiori. »

 

Passeggiare per dare forma alla vita, ovvero muoversi nello spazio che ci circonda anche senza una meta o senza un obiettivo, è un’azione che interviene a tutto tondo, a livello olistico sulle varie sfere emotiva, cognitiva, fisica, spirituale.

 

In riferimento a quanto esposto sino a qui, la mia intenzione non è quella di sottolineare quanto il vivere in città possa essere dannoso o possa offrire meno opportunità di benessere. Vorrei, invece, mettere in evidenza quanto moltissime realtà urbane non siano assolutamente adeguate o gestite a misura d’uomo. Prive di aree verdi, di spazi destinati al movimento o messi in sicurezza perché bambini e ragazzi possano correre liberamente. Molti prati dei parchi giochi cittadini sono stati sostituiti da distese di pavimentazione antitrauma, enormi quadrati composti da materiali derivanti dagli scarti degli pneumatici. Questo materiale attutisce le cadute e risolve la manutenzione legata al taglio dell’erba, una volta posato non necessita più di cura e si ottimizzano le risorse economiche. Tuttavia, il materiale di cui è composto attrae e rilascia in maniera esponenziale il calore del sole e, in assenza di alberi ad ombreggiare, diventa quasi impraticabile, oltre a non essere adeguato alle temperature elevate che caratterizzano le stagioni estive di questi ultimi anni. Una città a misura d’uomo, ideata con materiale sostenibile e riorganizzata nella sua viabilità può garantire il diritto al movimento. In origine le città si formarono per un unico scopo, quello di essere luogo destinato alle attività lavorative, commerciali, economiche; a queste si unirono in seguito le esigenze abitative ed è evidente che senza un approccio virtuoso di gestione degli spazi, gli agglomerati urbani perdono alcune caratteristiche fondamentali per il benessere degli abitanti. La costruzione quasi compulsiva dei centri commerciali nelle nostre città è la declinazione più esplicativa dell’utilizzo degli spazi urbani oggi. Questo potrà indubbiamente risultare un esempio banale, ma le rare volte in cui mi reco in un centro commerciale ne riscontro le peculiarità disarmanti: ampi parcheggi in cemento, distese di auto collocate su diversi piani, assenza di alberi e vialetti a protezione della calura estiva, spazi immensi da percorrere, piatti e fluorescenti, connotati da una fasulla pluridimensionalità. Tutte queste caratteristiche non favoriscono quel sano movimento nello spazio che porta benessere.

 

Vorrei dedicare una riflessione finale su quanto fiabe e favole, strumenti sempre attuali per la comprensione della realtà, raccontino molto bene l’importanza del movimento nello spazio, anche nell’attraversare i luoghi più pericolosi. Bambini, giovani e adulti protagonisti delle fiabe affrontano mari in tempesta, si addentrano in boschi e foreste per raggiungere i loro obiettivi di crescita e di formazione della personalità, scalano montagne e attraversano ponti traballanti. È necessario affrontare gli spazi aperti per crescere e tornare diversi a seguito di esperienze vissute lontano dalla propria zona di comfort. Pollicino nel bosco elaborerà geniali strategie per tornare a casa, rinuncerà anche al cibo per tentare di tracciare un sentiero seminando briciole di pane. Cappuccetto Rosso viene mandata addirittura dalla mamma nel bosco, consapevole che ritornerà più preparata ad affrontare la vita. Hansel e Gretel, abbandonati nel bosco, sfidano la strega e bastano a sé stessi per salvarsi. La Sirenetta sceglierà di trasformare la sua coda in un paio di gambe per uscire dal mare ed esplorare un mondo ignoto che la cambierà per sempre, cambierà persino il suo habitat elementale passando dall’acqua alla terra. Quasi tutti i protagonisti di fiabe e favole affrontano un viaggio per ritornare evoluti e consapevoli e il mondo esterno è uno scenario cardine indiscusso; seppur apparentemente insidioso, esso risulta fondamentale per attivare reazioni per un sano cambiamento di crescita. Dante attraverserà la selva oscura e raggiungerà l’inferno per poter arrivare in paradiso. Ulisse solcherà i mari per anni per tornare a casa e non prima di vivere ancora un’ultima estrema avventura che contribuirà alla sua evoluzione interiore. La grande letteratura del fantastico è costellata da luoghi immaginari nei quali uomini, donne, ragazzi e ragazze si addentrano per tornare diversi. Ventimila leghe sotto i mari, I viaggi di Gulliver, Viaggio al centro della terra, La storia infinita, Le città invisibili e Il Castello dei destini incrociati, solo per citarne alcuni. L’elenco delle narrazioni di questi luoghi e spazi del possibile è infinito. Lo stesso Pinocchio compie un viaggio in posti surreali, raggiunge addirittura il paese dei balocchi dove farà i conti con i propri fallimenti per cambiare e migliorarsi, diventare umano. E per concludere vorrei citare lei, l’esploratrice per eccellenza nel mondo delle fiabe, giunta nel paese delle meraviglie attraverso il buco della tana di un coniglio, la piccola grande Alice. Lei è riuscita a trovare il modo di cambiare anche le dimensioni del suo corpo pur di varcare portali e proseguire nel suo cammino, con la scusa di inseguire un coniglio bianco.

 

« Il personaggio di Alice è diventato un simbolo…simbolo dell’infanzia libera e irriverente, che viaggia perplessa in un universo, che non la convince fino in fondo. » (B. Pitzorno, Introduzione ad Alice nel paese delle meraviglie, DeAgostini)

 

Nelle giornate incerte, nei momenti crudeli, nelle notti insonni usciamo cinque minuti nello spazio aperto, muoviamo alcuni passi e spostiamo la prospettiva, per ritornare diversi e dare forma alla nostra esistenza.

Complimenti per il bell'intervento. 🙂

condo77 dice:

Complimenti per il bell'intervento. 🙂

Scusa, ma che succede?  Sei in confusione? Riportare un articolo e fare un post con sue idee sono due cose ben diverse!! Non ha fatto un intervento, ma ha riportato semplicemente un articolo, mentre Marion Delorme ha fatto un ottimo  intervento che mi ha sorpreso essendo molto giovane a differenza mia.

Marion Delorme dice:

I bambini prima erano trattati in un altro modo, in ogni senso

Marion Delorme dice:

Adesso non è più così.

Basta rileggere quello che ha combinato quel compagno della mamma del ragazzino sospeso. Il Preside ne avrà per 3 mesi di Ospedale. E' la vita di oggi.

Modificato da ULISSSE
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ULISSSE dice:

Scusa, ma che succede?  Sei in confusione? Riportare un articolo e fare un post con sue idee sono due cose ben diverse!! Non ha fatto un intervento, ma ha riportato semplicemente un articolo

Non m'importa se l'autore si chiama Pasquino o Valentina, m'importano le idee riportate che sono belle e importanti (sempre a mio giudizio, naturalmente) e per questo ho fatto i complimenti.

Marion Delorme dice:

Io sono sempre stata una sostenitrice del "è un condominio non mausoleo".

 

Ma permettimi un paio di osservazioni:

1) I bambini prima erano trattati in un altro modo, in ogni senso. Non sono certo la più vecchia qua dentro, eppure anche negli anni 90, quando ero piccola io, se un adulto, qualsiasi, ti brontolava, avevi una sola consapevolezza: a casa ti aspettava il resto.


Adesso non è più così. I genitori vogliono essere arbitri (fin troppo premurosi e generosi) di vita e morte dei loro figli. Il che significa che tutti gli altri adulti di questi bambini non devono più tollerare la presenza, ma SOFFRIRLA, perché se gridano e ho mal di testa non posso dire niente, se gettano la palla vicino alla tua macchina... devi allontanarti (permettendogli di cagionare danno) e andare a CERCARE il genitore.

 

Non vogliono. Non vogliono farli giocare nei condomini anche perché, e mi collego al punto due, c'è una ragione molto specifica.

 

2) AI GENITORI PIACCIONO I GIARDINI CONDOMINIALI PERCHE' VOGLIONO TENERE IL BAMBINO ALL'APERTO MENTRE LORO STANNO IN CASA.

 

Altrimenti, appunto, come scritto, il bambino sarebbe

"alla strada, a giocare in piazza liberamente, a camminare per le strade".

 

Tu non vuoi rischiare che te lo mettano sotto mentre arriva in piazzetta o al parco. Non vuoi che parli con estranei o rischi di fare il primo tiro di sigaretta a 7 anni o E non vuoi nemmeno l'obbligo di dover andare con lui e stare lì, ritto, a braccia conserte, mentre lui si diverte.

 

Quindi questo "diritto del bambino" (bambino che è TUO e che nessun altro può brontolare, redarguire, prendere per un orecchio o allontanare) lo vuoi mettere sulle spalle di chi non lo ha fatto.

Perché il giardino condominiale è la soluzione ideale per te e solo per te, che credi di potertene rimanere in casa a fare i servizi o a guardare la televisione con l'orecchio teso.

Agli altri non va bene, in primis perché tu quell'orecchio lo hai teso ad un solo fine (sentire il PIANTO e se si è fatto male) mentre non ti vuoi occupare del resto dei tuoi doveri genitoriali (garantire che non disfi le aiuole, che non calci i palloni contro il muro, che non graffi con la bici le macchine).

 

Il resto del mondo adulto, che tu hai raggiunto e maturato lo stadio riproduttivo, se ne sbatte allegramente.

 

Mi viene sempre in mente una volta, qualche anno fa, quando ero in spiaggia in Portogallo con il mio ex. Una grandissima spiaggia con una scogliera alle spalle, a cui arrivammo prestissimo, all'incirca alle 8 di mattina. Era vuota. Dopo  pochi minuti sopraggiunge una signora con un paio di bambini sui 7/8 anni e uno piccolo in fasce. 
Di tutta la lunghissima spiaggia, si sistema a una 40ina di metri da noi, stende bene i suoi asciugami e la seggetta, sistema il piccolo.

Poi tira fuori un pallone e lo dà ai due più grandi. Poi li spedisce a giocare VICINO A ME. 

Io non dico nemmeno nulla: dò un'occhiataccia ai ragazzini e loro realizzano immediatamente che non mi piace che si mettano a giocare a calcio lì. Provano ad andare dall'altra parte, ma lei li richiama e li rimanda nei 40 metri fra noi due, accanto a me.
Loro arretrano verso di lei e lei nuovamente li redarguisce: alzano la sabbia, non devono stare vicino a lei e il fratellino.

E non devono andare dall'altra parte, perché non c'è nessuno.

 

Devono stare lì, a sollevare la sabbia sul MIO di asciugamano, in modo tale che IO li possa fermare se decidono di buttarsi nell'oceano.

Giustamente così per lei era più comodo e più sicuro, o almeno così credeva prima di scoprire che sono una persona molto stressata.

 

 

 

In sintesi: tutto quel pamphlet è per chi i bambini li fa. Siete voi che dovete garantirgli tutto sto popò di roba, io sono perfettamente d'accordo che è un vostro obbligo morale di genitori.

 

Io, invece, ho preso la Norlevo e quando ho finito di pagare i miei obblighi, posso stendermi e riposarmi. E, se non ho il diritto (e nemmeno lo vorrei) di silenziare ogni gridolino di gioia nell'arco di 800 metri, ho senza dubbio diritto che tutti i bambini che ho intorno abbiano il loro genitore lì, pronto a fargli abbassare la voce se la alzano troppo, a togliergli il pallone se lo usano impropriamente, a fermarli se corrono verso cose pericolose e a medicarli se si sbucciano le ginocchia.

 

Tutte cose che, è vero, prima avrebbe fatto qualunque adulto. Ma prima non eravate una manica di narcisisti che pensano di aver partorito il bambin Gesù.

Complimenti a te @Marion Delorme per un intervento perfetto.

Ti facevo più giovane ancora.

condo77 dice:

Non m'importa se l'autore si chiama Pasquino o Valentina, m'importano le idee riportate che sono belle e importanti (sempre a mio giudizio, naturalmente) e per questo ho fatto i complimenti.

Tutto quello che vuoi, ma dovresti essere preciso con le parole e non svicolare per favore come abituato a fare. Io son abituato  a leggere e bene le singole parole perciò qui non puoi manipolare le parole come sei abituato. Mi dispiace. Ripeto l'intervento è quello di Marion Delorme e non quello di Pasquino Pinzocheri.

ULISSSE dice:

Tutto quello che vuoi, ma dovresti essere preciso con le parole e non svicolare per favore come abituato a fare. Io son abituato  a leggere e bene le singole parole perciò qui non puoi manipolare le parole come sei abituato. Mi dispiace. Ripeto l'intervento è quello di Marion Delorme e non quello di Pasquino Pinzocheri.

Sono entrambi interventi e sinceramente non capisco la polemica.

condo77 dice:

Sono entrambi interventi e sinceramente non capisco la polemica.

Non è polemica, ma "precisazione" perché riportare un articolo e fare un intervento sono due cose diverse.

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Marion Delorme dice:

Io sono sempre stata una sostenitrice del "è un condominio non mausoleo".

 

Ma permettimi un paio di osservazioni:

1) I bambini prima erano trattati in un altro modo, in ogni senso. Non sono certo la più vecchia qua dentro, eppure anche negli anni 90, quando ero piccola io, se un adulto, qualsiasi, ti brontolava, avevi una sola consapevolezza: a casa ti aspettava il resto.


Adesso non è più così. I genitori vogliono essere arbitri (fin troppo premurosi e generosi) di vita e morte dei loro figli. Il che significa che tutti gli altri adulti di questi bambini non devono più tollerare la presenza, ma SOFFRIRLA, perché se gridano e ho mal di testa non posso dire niente, se gettano la palla vicino alla tua macchina... devi allontanarti (permettendogli di cagionare danno) e andare a CERCARE il genitore.

 

Non vogliono. Non vogliono farli giocare nei condomini anche perché, e mi collego al punto due, c'è una ragione molto specifica.

 

2) AI GENITORI PIACCIONO I GIARDINI CONDOMINIALI PERCHE' VOGLIONO TENERE IL BAMBINO ALL'APERTO MENTRE LORO STANNO IN CASA.

 

Altrimenti, appunto, come scritto, il bambino sarebbe

"alla strada, a giocare in piazza liberamente, a camminare per le strade".

 

Tu non vuoi rischiare che te lo mettano sotto mentre arriva in piazzetta o al parco. Non vuoi che parli con estranei o rischi di fare il primo tiro di sigaretta a 7 anni o E non vuoi nemmeno l'obbligo di dover andare con lui e stare lì, ritto, a braccia conserte, mentre lui si diverte.

 

Quindi questo "diritto del bambino" (bambino che è TUO e che nessun altro può brontolare, redarguire, prendere per un orecchio o allontanare) lo vuoi mettere sulle spalle di chi non lo ha fatto.

Perché il giardino condominiale è la soluzione ideale per te e solo per te, che credi di potertene rimanere in casa a fare i servizi o a guardare la televisione con l'orecchio teso.

Agli altri non va bene, in primis perché tu quell'orecchio lo hai teso ad un solo fine (sentire il PIANTO e se si è fatto male) mentre non ti vuoi occupare del resto dei tuoi doveri genitoriali (garantire che non disfi le aiuole, che non calci i palloni contro il muro, che non graffi con la bici le macchine).

 

Il resto del mondo adulto, che tu hai raggiunto e maturato lo stadio riproduttivo, se ne sbatte allegramente.

 

Mi viene sempre in mente una volta, qualche anno fa, quando ero in spiaggia in Portogallo con il mio ex. Una grandissima spiaggia con una scogliera alle spalle, a cui arrivammo prestissimo, all'incirca alle 8 di mattina. Era vuota. Dopo  pochi minuti sopraggiunge una signora con un paio di bambini sui 7/8 anni e uno piccolo in fasce. 
Di tutta la lunghissima spiaggia, si sistema a una 40ina di metri da noi, stende bene i suoi asciugami e la seggetta, sistema il piccolo.

Poi tira fuori un pallone e lo dà ai due più grandi. Poi li spedisce a giocare VICINO A ME. 

Io non dico nemmeno nulla: dò un'occhiataccia ai ragazzini e loro realizzano immediatamente che non mi piace che si mettano a giocare a calcio lì. Provano ad andare dall'altra parte, ma lei li richiama e li rimanda nei 40 metri fra noi due, accanto a me.
Loro arretrano verso di lei e lei nuovamente li redarguisce: alzano la sabbia, non devono stare vicino a lei e il fratellino.

E non devono andare dall'altra parte, perché non c'è nessuno.

 

Devono stare lì, a sollevare la sabbia sul MIO di asciugamano, in modo tale che IO li possa fermare se decidono di buttarsi nell'oceano.

Giustamente così per lei era più comodo e più sicuro, o almeno così credeva prima di scoprire che sono una persona molto stressata.

 

 

 

In sintesi: tutto quel pamphlet è per chi i bambini li fa. Siete voi che dovete garantirgli tutto sto popò di roba, io sono perfettamente d'accordo che è un vostro obbligo morale di genitori.

 

Io, invece, ho preso la Norlevo e quando ho finito di pagare i miei obblighi, posso stendermi e riposarmi. E, se non ho il diritto (e nemmeno lo vorrei) di silenziare ogni gridolino di gioia nell'arco di 800 metri, ho senza dubbio diritto che tutti i bambini che ho intorno abbiano il loro genitore lì, pronto a fargli abbassare la voce se la alzano troppo, a togliergli il pallone se lo usano impropriamente, a fermarli se corrono verso cose pericolose e a medicarli se si sbucciano le ginocchia.

 

Tutte cose che, è vero, prima avrebbe fatto qualunque adulto. Ma prima non eravate una manica di narcisisti che pensano di aver partorito il bambin Gesù.

Complimenti per il bel post .

Chi ha scritto quell accozzaglia di parole "filosofiche" farebbe meglio a leggersi il tuo post 🙂

 

condo77 dice:

Sono entrambi interventi e sinceramente non capisco la polemica.

No,il primo è l ennesimo copia incolla (le uniche parole sue che aggiunge sono a puro scopo di creare flame) di qualche articolo ritrovato sul web.

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Steno12 dice:

No, il primo è l ennesimo copia incolla (le uniche parole sue che aggiunge sono a puro scopo di creare flame) di qualche articolo ritrovato sul web.

E importa qlc che sia un articolo ritrovato sul web?

Anche noi siamo parole nel web, non mi pare tutta 'sta differenza, se Valentina Chiarle invece che scrivere da qualche parte e poi essere riportata avesse scritto direttamente qui, cambiava qualcosa di fondamentale?

A me i concetti che esprime paiono condivisibili e ben strutturati e ringrazio nuovamente chi li ha scritti e chi li ha riportati e chi li ha commentati (così va bene?).

 

Marion Delorme dice:

In sintesi: tutto quel pamphlet è per chi i bambini li fa. Siete voi che dovete garantirgli tutto sto popò di roba, io sono perfettamente d'accordo che è un vostro obbligo morale di genitori.

Non solo, è compito anche delle nostre istituzioni. 

Ricordo che:

 

La Repubblica agevola con misure economiche e altre provvidenze la formazione della famiglia e l'adempimento dei compiti relativi, con particolare riguardo alle famiglie numerose.

Protegge la maternità, l'infanzia e la gioventù, favorendo gli istituti necessari a tale scopo.

[art. 31 della Costituzione]

Modificato da condo77
condo77 dice:

Non solo, è compito anche delle nostre istituzioni. 

Ricordo che:

 

La Repubblica agevola con misure economiche e altre provvidenze la formazione della famiglia e l'adempimento dei compiti relativi, con particolare riguardo alle famiglie numerose.

Protegge la maternità, l'infanzia e la gioventù, favorendo gli istituti necessari a tale scopo.

[art. 31 della Costituzione]

Si sta parlando di responsabilità genitoriale , educazione / maleducazione  e   non di sostentamento alla famiglia .  

Una volta tanto,  lasciamo fuori le istituzioni. 

 

PasquinoPinzocheri dice:

Vorrei, invece, mettere in evidenza quanto moltissime realtà urbane non siano assolutamente adeguate o gestite a misura d’uomo. Prive di aree verdi, di spazi destinati al movimento o messi in sicurezza perché bambini e ragazzi possano correre liberamente.

PasquinoPinzocheri dice:

Una città a misura d’uomo, ideata con materiale sostenibile e riorganizzata nella sua viabilità può garantire il diritto al movimento.

PasquinoPinzocheri dice:

è evidente che senza un approccio virtuoso di gestione degli spazi, gli agglomerati urbani perdono alcune caratteristiche fondamentali per il benessere degli abitanti.

Perché dovremmo lasciar fuori le istituzioni? Quanto riportato sopra mi pare attenga più alle istituzioni che alla responsabilità genitoriale.

F-Mariposa dice:

Si sta parlando di responsabilità genitoriale , educazione / maleducazione  e   non di sostentamento alla famiglia .  

Una volta tanto,  lasciamo fuori le istituzioni. 

a me è mai piaciuto correre; son cresciuta come una bambina perfetta.

tl;dr

 

Modificato da spurgo
Ehm! ^2
spurgo dice:

a me è mai piaciuto correre; son cresciuto come una bambino perfetto.

tl;dr

 

a me sì, tante cose

 

condo77 dice:
Marion Delorme dice:

In sintesi: tutto quel pamphlet è per chi i bambini li fa. Siete voi che dovete garantirgli tutto sto popò di roba, io sono perfettamente d'accordo che è un vostro obbligo morale di genitori.

Non solo, è compito anche delle nostre istituzioni. 

Ricordo che:

La tua risposta non era riferita al post di Pasquino,   ma a ciò che ha scritto Marion.

Ma rigirare la polenta è una tua specialità. 

Non aggiungo altro. 

 

ULISSSE dice:

Io son abituato  a leggere e bene le singole parole perciò qui non puoi manipolare le parole come sei abituato

F-Mariposa dice:

Ma rigirare la polenta è una tua specialità. 

F-Mariposa dice:

Si sta parlando di responsabilità genitoriale , educazione / maleducazione  e   non di sostentamento alla famiglia .  

Una volta tanto,  lasciamo fuori le istituzioni. 

Cara Flavia siamo fuori noi perché non sappiamo rigirare le parole !!!

F-Mariposa dice:

 

La tua risposta non era riferita al post di Pasquino,   ma a ciò che ha scritto Marion.

Ma rigirare la polenta è una tua specialità. 

Non aggiungo altro. 

 

Ma la parte del post di Marion che citai si riferiva proprio a quanto scritto da Pasquino/Valentina ("tutto quel pamphlet"):

Marion Delorme dice:

In sintesi: tutto quel pamphlet è per chi i bambini li fa

Modificato da condo77
condo77 dice:

 

 

Non solo, è compito anche delle nostre istituzioni. 

Ricordo che:

 

La Repubblica agevola con misure economiche e altre provvidenze la formazione della famiglia e l'adempimento dei compiti relativi, con particolare riguardo alle famiglie numerose.

Protegge la maternità, l'infanzia e la gioventù, favorendo gli istituti necessari a tale scopo.

[art. 31 della Costituzione]

Sono nata e cresciuta in una famiglia "multi problemarica", esposta fino ai 16 anni a mio padre ex tossico dipendente (ex lo ha reso la morte).

 

No, lo stato italiano non tutela i minori, al massimo li preleva dalle famiglie e li sbatte nelle case famiglia. Dove spesso avranno un destino segnato. 

 

Lo Stato Italiano tutela solo i minori con genitori estremamente interessati a farne valere i diritti. In pratica quelli che non ne hanno bisogno alcuno, i bocciati che fanno ricorso al TAR, i ragazzini che vanno in giro a sfasciare la roba per poi prendersi due ore di servizi sociali se va bene.

 

Infatti in qualche modo lo leggi anche lì: maternità, famiglie numerose.. non sono diritti dei minori questi. Questi sono diritti "di famiglia" anni 50 (perché la costituzione tanto è vecchiia) dove ti dovevano fare l'applauso a scena aperta per aver fatto 7 figli, tutti con una mollica di pane in mano che gli doveva bastare fino alla sera.

 

Anzi, a volte dovresti fare abortire qualche madre, volessi tutelare tu davvero i diritti dei suoi figli maggiori!

Marion Delorme dice:

Sono nata e cresciuta in una famiglia "multi problemarica", esposta fino ai 16 anni a mio padre ex tossico dipendente (ex lo ha reso la morte).

mi spiace e grazie per condividere questi fatti assai personali

Marion Delorme dice:

No, lo stato italiano non tutela i minori, al massimo li preleva dalle famiglie e li sbatte nelle case famiglia. Dove spesso avranno un destino segnato. 

Lo Stato Italiano fa molte cose, a volte tutela, a volte alza le spalle, a volte con buone intenzioni compie cattivi servigi.

Il punto (di Valentina e anche mio) non era tanto cosa fa, ma cosa dovrebbe fare.

Marion Delorme dice:

Lo Stato Italiano tutela solo i minori con genitori estremamente interessati a farne valere i diritti. In pratica quelli che non ne hanno bisogno alcuno, i bocciati che fanno ricorso al TAR, i ragazzini che vanno in giro a sfasciare la roba per poi prendersi due ore di servizi sociali se va bene.

Ma questa non è tutela, stiamo scivolando in altri argomenti.

Marion Delorme dice:

famiglie numerose.. non sono diritti dei minori questi.

Ma certo che lo sono, le famiglie numerose devono essere destinatarie di un aiuto maggiore perché è evidente come il reddito dei genitori diviso per loro più un figlio sia cosa ben diversa dal medesimo reddito diviso tra loro e 5 figli (p.e.).

Inoltre spesso il reddito non è il medesimo, perché da un certo numero di figli in su la mamma (o il papà, ma più spesso la mamma) non potrà verosimilmente svolgere un lavoro full time, a volte manco part time.

 

Modificato da condo77

un tempo i bambini se cadevano per una corsa, si alzavano e la mamma al più metteva il cerotto dicendo "e fa più attenzione"

adesso il binbo cade e la mamma fa scrive dall'avvocato al condominio per il risacimento dei danni.

Ecco perchè molti "cortili e giardini" sono diventati decorativi.

 

 

 

 

SisterOfNight dice:

un tempo i bambini se cadevano per una corsa, si alzavano e la mamma al più metteva il cerotto dicendo "e fa più attenzione"

adesso il binbo cade e la mamma fa scrive dall'avvocato al condominio per il risacimento dei danni.

Ecco perchè molti "cortili e giardini" sono diventati decorativi.

 

 

 

 

Eh han da mangiare anche gli avvocati oltre ai bimbi 😉

ah sì sì..a me va benissimo tranne che poi il condominio si lamenta delle spese, l'assicurazione non paga...

 

diciamo che è impensabile paragonare 40 anni fa ad oggi. Bene o male che sia, sono due mondi del tutto diversi

SisterOfNight dice:

ah sì sì..a me va benissimo tranne che poi il condominio si lamenta delle spese, l'assicurazione non paga...

 

diciamo che è impensabile paragonare 40 anni fa ad oggi. Bene o male che sia, sono due mondi del tutto diversi

Anche oggi la maggior parte dei bimbi casca senza che un avvocato li raccolga.

Almeno nel mio circondario (ho 2 bimbe piccole e sono ben fornito di cerotti, rispetto a 40 anni fa non è cambiato il numero ma quelli odierni hanno i disegnini della Disney).

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