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L'amministratore di condominio tra desiderio e timore della collaborazione professionale.
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L'amministratore di condominio tra desiderio e timore della collaborazione professionale.

Studio associato per gestire meglio il condominio. Pregi e difetti

Dott.ssa Federica Riccardi  

L'amministratore di condominio lavora da solo. Da solo con una serie di difficoltà legate ai ''ruoli'' che è chiamato a ricoprire. Ma cosa accade quando l'amministratore di condominio inizia a pensare di creare un gruppo di lavoro, una società o uno studio associato per gestire meglio il condominio?

Nomina di una società come amministratore di condominio

Nella società odierna, specialmente in Europa, il mondo del lavoro sembra essere teso in due direttrici che vanno in senso opposto: una è la necessità di lavorare in gruppo per ottenere più vantaggi, l'altra è la forte diffidenza che caratterizza il tessuto sociale e professionale.

La quotidianità professionale di un amministratore è una quotidianità a dir poco caotica, un mondo in cui l'amministratore è chiamato a svolgere più funzioni e a vestirsi e svestirsi, di momento in momento, di ruoli diversi e che necessitano spesso di competenze specifiche. L'amministratore deve essere un curatore legale, all'occorrenza, colui che si occupa di aspetti fiscali e molto spesso, forse anche troppo spesso, un mediatore relazionale.

Deve conoscere le leggi che disciplinano gli immobili, fungere anche da ingegnere conoscendo le evenienze legate all'edilizia, alle impiantistiche elettriche, ascensori, tubazioni, ecologia e chi più ne ha più ne metta.

=> Amministrazione di condominio in forma societaria e danno all'immagine.

Tutto questo a fronte di una formazione che, sicuramente, allo stato attuale, fornisce delle competenze utili, ma che di fatto è ridotta per quanti ruoli questa figura è chiamata a rivestire; ed inoltre a fronte anche di onorari, che già altrove abbiamo evidenziato, risentono di un mercato, che risulta abbastanza selvaggio e vagamente legiferato e di conseguenza quasi per niente tutelato.

Insomma ce n'è abbastanza per far sentire gli amministratori, soprattutto coloro che lavorano in relativa solitudine, frustrati o comunque oberati e alla ricerca di un clone che permetta loro di seguire tutto, e tutto con perizia: dalle questioni edili fino alle liti dei condomini per il posto auto o per i rumori in cortile.

Questo quadro, per certi versi apocalittico, pone l'amministratore nella necessità di rivolgersi a figure professionali specialistiche per affrontare le questioni meramente tecniche.

Di conseguenza per sua stessa natura la professione di amministratore pone il singolo professionista nella necessità di avvalersi dell'aiuto e della collaborazione di altri amministratori o di altre figure professionali, che vanno dall'area legale a quella fiscale ed edile fino a quella relazionale, perché, di fatto, anche se nella prassi quotidiana ogni amministratore ci prova, ma di fatto, nessuno può essere contemporaneamente avvocato, commercialista, ingegnere, geometra e perché no, psicologo.

Si può quindi dire che l'amministratore per la peculiarità stessa del proprio lavoro è portato a dover interagire con altri professionisti non fosse altro per la mole di richieste che su di lui pendono. Questo inevitabilmente porta a chiedersi se sulla prestazione dell'amministratore sia di beneficio pensare a predisporre il proprio lavoro in uno studio associato o in una equipe multidisciplinare.

Molti studi e ricerche psicologiche hanno dimostrato come il lavoro in equipe sia un punto di forza per qualsiasi professione, ma, allo stesso modo, altrettanti lavori scientifici hanno evidenziato che per l'individuo la dimensione gruppale non è una dimensione per nulla scontata e che richiede uno sforzo energetico che spesso travalica le possibilità degli individui che compongono il gruppo e che sostanzialmente portano il gruppo a fallire.

Ecco perchè l'amministratore con una certa struttura organizzativa paga l'irap.

Nel caso dell'amministratore la dimensione gruppale del lavoro potrebbe declinarsi in due modalità diverse: o la formazione di società, persone giuridiche a sé, in cui due o più amministratori si uniscono e gestiscono congiuntamente i propri condomini dividendo responsabilità e spese; o il caso di un amministratore che crei uno studio associato in cui si uniscano figure professionali di discipline altre, ma affini, e di cui comunque l'amministratore si avvale nello svolgimento del lavoro quotidiano.

Entrambe le modalità apportano tutti quei vantaggi che la psicologia riconosce come risultato del lavoro di gruppo, ma sempre entrambe le modalità sollevano questioni che sollecitano le resistenze del singolo.

I vantaggi di un lavoro di gruppo, sono collegati sicuramente alla possibilità di distribuire forze e responsabilità e quindi di alleggerire i carichi di lavoro; la possibilità di fornire sempre un servizio qualificato abbattendo anche i costi di gestione.

Una società o uno studio associato significano per l'amministratore un bacino inestimabile dal quale attingere, ma benché i vantaggi del lavoro di gruppo siano immediatamente visibili a tutti, la psicologia ha molto interrogato il fenomeno ''gruppo'', proprio perché, nonostante gli importanti vantaggi in termini teorici, poi nella prassi i gruppi spesso falliscono.

=> Dimmi quanti condomini amministri e ti dirò quanto guadagni

Inoltre possiamo guardare la questione anche dal punto di vista del condòmino, ponendoci la domanda: e se il condominio si sentisse più tutelato da una società che rispetto all'amministratore singolo che svolge il suo lavoro da libero professionista? Sicuramente avere a che fare con una società impone al ''cliente'' di inserirsi in un pattern operativo che ha dei ruoli ben definiti.

Nella pratica, un esempio: se devo lamentarmi di domenica mattina alle 7.34 am perché il vicino del piano di sopra ha usato impudentemente gli zoccoli svegliandomi dal dolce sonno del giorno festivo, nel caso mi venisse in mente di chiamare l'amministratore troverei il primo ''scomodo'' mentale.

Penserei subito che in ufficio (una società avrà sicuramente un ufficio!) non c'è nessuno perché non è un giorno lavorativo.

Per cui desisterò sicuramente a chiamare qualsiasi numero telefonico sapendo già di non trovare nessuno.

L'ipotesi delineata avrebbe conseguenze differenti se il condòmino in questione ha segnato sul cellulare '' Mario Rossi Amministratore''. Il Mario Rossi di turno non implica l'immagine mentale di una società che ha un ufficio e che lavora nei giorni di ufficio.

E' bensì configurato come un simpatico e confidente signore coi baffi sempre indaffarato ma sempre disposto a risolvere qualsiasi problema, a qualsiasi ora ed in qualsiasi giorno.
Inoltre, qualora Mario Rossi dovesse mai commettere un errore, avere una dimenticanza o non rispondere al telefono verrebbe tacciato di inadempienza.

Non tanto perché nei suoi compiti ci sia il totale asservimento della tua completa vita al volere indiscriminato dei condòmini, quanto perché nei suoi confronti si è sviluppata un'aspettativa psicologica. L'aspettativa di una persona a disposizione che DEVE risolvere e DEVE essere presente.

Accadrebbe lo stesso se l'interlocutore del condòmino fosse una società? Noi crediamo di no. E potete ben capirne i motivi.

Senza addentrarci in un discorso strettamente tecnico potremmo dire, sintetizzando tutte le teorie esistenti sul funzionamento gruppale, che il potere del gruppo è nella presenza degli individui da cui è composto, ma allo stesso tempo, proprio la presenza degli individui rende la dimensione gruppale di difficile gestione.

Questo perché, come ben sottolineava Bion, accedere ad un gruppo per l'individuo significa sicuramente immettersi nella possibilità di acquisire qualcosa in termini di crescita, cambiamento ed esperienza, ma proprio per questa crescita, cambiamento ed esperienza, inevitabilmente significa anche perdere qualcosa, mettere da parte o dover rinunciare ad aspetti del sé che non sono utili o molto spesso possono addirittura confliggere con il lavoro di gruppo.

Per un amministratore, come per ogni figura professionale che necessita di contatti costanti con altre discipline, pensare di avvalersi non di consulenze isolate ma di un lavoro in team o con altri amministratori, richiede sostanzialmente due operazioni che, diciamocela tutta, tutti gli individui, chi più, chi meno, hanno difficoltà ad operare: un atto di umiltà legato al riconoscimento del proprio limite, all'allontanamento dal senso di onnipotenza narcisistico per cui ci si sente in grado di svolgere tutto da sé; ed anche un atto di fiducia nell'altro che, sebbene possa condividere con noi gli obiettivi, svolgerà il proprio lavoro ed il proprio compito con delle modalità assolutamente personali che sfuggono al nostro controllo, a partire dalle intenzioni stesse.

Uno dei costrutti cardine su cui si basa il lavoro in team, al di là delle specifiche distinzioni teoriche tra gruppo di lavoro, team multidisciplinare etc., è il concetto di interdipendenza. Un gruppo di lavoro multidisciplinare o che comunque vede coinvolti più professionisti di un medesimo settore si basa e si fonda:

  • sulla definizione degli obiettivi
  • sulla distinzione chiara di ruoli e funzioni
  • sulla interdipendenza tra i membri, ovvero la "consapevolezza dei membri di dipendere gli uni dagli altri, che tutti dipendono dal gruppo e che il gruppo dipende dall'ambiente in cui è inserito".

Tutto ciò è un qualcosa che a dirsi appare molto semplice, ma da applicarsi è a dir poco complicato.

L'essere umano, in termini individuali, benché sia chiamato al cambiamento come compito evolutivo, è internamente portato all'entropia, ovvero quel qualcosa che mira al mantenimento dello stato attuale per non disperdere energia, di conseguenza è proprio la perenne lotta tra necessità di cambiamento e bisogno di stabilità che pone l'individuo nel conflitto sia in termini interni, sia in termini esterni.

Questi aspetti quindi testimoniano come, se da un lato l'assetto gruppale di una professione possa essere vista e desiderata per gli indubbi vantaggi che comporta in termini di qualità del prodotto offerto al cliente, d'altro canto, in termini interni, la dimensione gruppale è un contesto che richiede all'individuo un certo impegno e non è esente da difficoltà e soprattutto da resistenze.

Ad oggi, per un amministratore di condominio accedere a queste dimensioni è sicuramente molto conveniente ma al contempo può anche molto spaventare proprio per la presenza dei presupposti legati all'interdipendenza e alla definizione di ruoli.

Volendo andare a fondo, laddove l'identità non è salda, gli aspetti fantasmatici interni, ossia tutte le diatribe mentali che ci facciamo nel pensare ad eventuali scenari che ci si prospettano, prevalgono sulla valutazione dei vantaggi.

Per cui, mentre per professioni che attingono ad un albo e a formazioni ben definite il confine esatto delle proprie competenze e tecniche è chiaro ed inattaccabile, è più facile riconoscere il proprio limite ed eventualmente "affidarsi" al lavoro di altre figure che possano, in modo netto e delineato, occuparsi di quegli aspetti che sono al di là del proprio confine, nel caso degli amministratori di condominio la questione si complica alquanto.

L'idea perturbante di base potrebbe essere: come posso essere certo che in un gruppo il mio lavoro non venga in qualche modo ''rubato?''. E qui si ritorna alla questione della fiducia.

Amministratore: che cosa fare se non si riesce a revocarlo?

in assenza di un ordine, di un albo, di una legislazione e di una formazione unitaria e standardizzata, che al di là del singolo, definisca ruoli e competenze in modo chiaro, ovviamente l'accesso ad una dimensione gruppale è auspicabile per gli innegabili vantaggi che comporta, ma al contempo è anche una fonte di forte ansia.

Allo stato attuale quindi la dimensione gruppale per gli amministratori appare come un contesto contemporaneamente desiderato e temuto che sottolinea ancora una volta il vuoto legislativo che esiste attorno a questa figura professionale.

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