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Esecuzione dei lavori di impermeabilizzazione del lastrico suddetto e di ripristino dell'unità immobiliare

Oggetto del contendere e dintorni
Avv. Caterina Tosatti Avv. Caterina Tosatti 

Il Giudice adito in via cautelare (art. 700 c.p.c.) per le infiltrazioni subìte dal ricorrente non può limitarsi a condannare il resistente, che risulti responsabile delle infiltrazioni, «consentire l'esecuzione dei lavori», ma gli deve imporre l'esecuzione delle opere di messa in sicurezza e ripristino.

Questa la conclusione del Tribunale di Bari, in funzione di Giudice del reclamo avverso un provvedimento cautelare ex art. 700 c.p.c., resa tramite l'ordinanza n. 13940 del 12 novembre 2021.

Soddisfatti o appellati: la vicenda

La Alfa S.r.l. ricorreva al Tribunale di Bari chiedendo allo stesso di emettere un provvedimento cautelare d'urgenza, ai sensi dell'art. 700 c.p.c., allo scopo di imporre a Tizio, Caia, Sempronio e Mevia, comproprietari in via esclusiva del lastrico solare sovrastante l'appartamento in proprietà di Alfa, l'esecuzione dei lavori di impermeabilizzazione del lastrico suddetto e di ripristino dell'unità immobiliare di Alfa.

Si costituivano Tizio e Caia, i quali, chiesta in via preliminare l'autorizzazione alla chiamata in causa del terzo, Condominio, contestavano la presenza dei presupposti per concedere il provvedimento (ovvero, il fumus boni iuris ed il periculum in mora).

Sempronio e Mevia si costituivano anch'essi, chiedendo parimenti la chiamata in causa dei Sigg. ri Rossi e del Condominio, domandando il rigetto del ricorso.

Il Giudice investito del procedimento cautelare, negando le autorizzazioni a chiamare in causa sia il Condominio sia i Sigg.ri Rossi a tutti i resistenti (Tizio, Caia, Sempronio e Mevia), nominava CTU che eseguiva la propria attività istruttoria e decideva con ordinanza la causa: in particolare, il Giudice, ritenuta la sussistenza dei requisiti per l'ammissione del provvedimento cautelare richiesto, ordinava ai resistenti di consentire l'esecuzione immediata dei lavori «come meglio indicati in parte motiva e nella relazione peritale», compensando per 1/3 le spese di lite e condannando i resistenti a pagare i 2/3 residui, mentre le spese di CTU venivano poste a carico di tutte le parti, in solido tra loro.

A questa decisione si oppone, con lo strumento del reclamo (procedura di impugnazione dei provvedimenti cautelari), la Alfa Srl.

La stessa lamenta di non aver ottenuto soddisfazione dal provvedimento di I°, dato che sostanzialmente il Giudice non ha imposto ai resistenti di provvedere alle riparazioni ed al ripristino del suo immobile, ma ha unicamente condannato a consentire l'esecuzione, cioè a non adottare atteggiamenti ostativi alle lavorazioni che, si sottintende, avrebbe dovuto intraprendere la Alfa Srl stessa.

Inoltre, Alfa Srl lamenta che il Giudice sia incorso in errore laddove ha applicato alla fattispecie l'art. 1126 c.c. (dettato per il riparto delle spese di riparazione o ricostruzione del lastrico di uso esclusivo di alcuni condòmini) in luogo degli art. 2055 e 2056 c.c., pertinenti dato che la giurisprudenza ormai consolidata inquadra il danno da infiltrazioni come responsabilità extracontrattuale che riconduce nell'alveo dell'art. 2051 c.c.

Nel reclamo si costituiscono solamente Sempronio e Mevia, i quali svolgono un reclamo 'incidentale', domandando a loro volta che il Collegio revochi il provvedimento concesso, ma in virtù dell'argomento - già proposto in sede cautelare di prima istanza, del difetto dei presupposti di legge.

Vediamo allora l'iter che ha portato il Tribunale, in funzione di collegio del reclamo, ad accogliere, ma solo parzialmente, lo stesso a favore di Alfa Srl.

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Il reclamo 'incidentale' tardivo non è configurabile

Abbiamo accennato sopra che la pronuncia in esame oggi deriva da un'"impugnazione" del provvedimento cautelare emesso dal Giudice monocratico che per primo ha esaminato la fattispecie: e allora, potrebbe domandarsi il lettore, perché non si può fare l'impugnazione incidentale, come vediamo spesso accadere negli appelli e nelle procedure per cassazione delle sentenze di appello?

Il reclamo è certamente una procedura che mira alla revisione complessiva del provvedimento impugnato - nel nostro caso, il provvedimento ex art. 700 c.p.c. emesso dal Giudice monocratico.

Nel nostro ordinamento processuale, il reclamo non esisteva prima del 1990, anno della riforma del processo civile - applicata poi solamente dal 1993; si ragionava sulle caratteristiche dei provvedimenti cautelari in genere, aventi natura non decisoria e certamente provvisoria, in quanto destinati ad essere superati ed assorbiti dalla pronuncia di merito - tutti i cautelari, infatti, tranne il provvedimento d'urgenza, devono essere seguito dalla fase di merito, durante la quale il Giudice potrebbe anche revocare il provvedimento cautelare concesso - quindi si riteneva che il doppio grado di giudizio, in questo contesto, fosse pleonastico.

Melius re perpensa, il Legislatore del 1990 decise di introdurre l'istituto del reclamo: citiamo dal Manuale di Diritto processuale civile di C. MANDRIOLI «Poiché i tempi lunghi del giudizio sul merito protraggono in maniera abnorme l'efficacia di provvedimenti spesso pronunciati in un affrettato clima di tensione, talora debordando dal loro specifico ambito e qualche volta creando situazioni difficilmente reversibili, il rigore dei principi deve cedere alla più impellente esigenza di consentire un più ponderato - e tuttavia immediato - riesame di questi provvedimenti».

Tuttavia, il reclamo, per come strutturato nel Codice di Procedura Civile post riforma, non è equiparabile al procedimento di appello previsto per le pronunce rese nei giudizi a cognizione piena - opposti ai procedimenti cautelari, ove la cognizione è, si dice, 'sommaria'.

Esso è strutturato come un procedimento in camera di consiglio, quindi con un Giudice collegiale (collegio composto da tre magistrati di cui non può fare parte quello che ha emesso il provvedimento cautelare impugnato), ma anche delle procedure camerali mutua unicamente quanto previsto dalle norme esplicitamente richiamate, posto che le disposizioni in materia di reclamo non operano un rinvio all'intera disciplina di cui agli artt. 737 ss c.p.c.

Nonostante si assista, in sede di reclamo, ad un effetto devolutivo pieno, cioè si possa ridiscutere l'intero oggetto del contendere cautelare sottoposto al Giudice monocratico, non per questo e per ciò solo possiamo automaticamente dedurre che sia applicabile la disciplina dell'appello.

Evidenzia il Collegio barese, nell'ordinanza in commento, che se il Legislatore avesse voluto questa automatica applicabilità, lo avrebbe disposto expressis verbis e che inoltre le norme previste agli artt. 333 e 335 c.p.c. (appello) sono disegnate per provvedimenti derivati da un processo a cognizione piena (non sommaria, come avviene in sede cautelare) e destinati ad acquisire autorità di cosa giudicata (a differenza del reclamo che, essendo provvedimento cautelare, è anch'esso soggetto alla revocabilità e modificabilità sino alla pronuncia sul merito).

Il Collegio quindi collega l'inammissibilità del reclamo incidentale proposto da Sempronio e Mevia alla tardività dello stesso: ovvero, se Sempronio e Mevia fossero stati tempestivi nel promuovere il reclamo, il Collegio lo avrebbe valutato come reclamo 'autonomo'.

Probabilmente ciò deriva dalla circostanza per cui anche l'appello autonomo in luogo dell'incidentale deve comunque essere promosso nei medesimi termini dell'incidentale, pena l'improcedibilità.

Rammentiamo infatti che, nel sistema delle impugnazioni, vige la regola dell'unicità del processo di impugnazione, per cui, una volta notificato, ad esempio, l'appello principale (ovvero quello svolto dalla parte soccombente in I°), le altre parti, che intendano appellare a loro volta la sentenza, devono farlo secondo i dettami dell'art. 333 c.p.c., quindi tramite l'appello incidentale, a pena di decadenza nei termini previsti.

Tuttavia, mentre per l'appello sussiste una norma che prevede l'appello incidentale tardivo (l'art. 334 c.p.c.), il Collegio sottolinea che la medesima norma non esiste per il reclamo e, data la non automatica estensibilità analogica dell'art. 334 c.p.c. anche al reclamo, non è possibile accettare un reclamo, sia pure incidentale, ma svolto tardivamente.

Infiltrazioni e danni non patrimoniali

Facere non è uguale a pati

Il punto fondamentale dell'ordinanza del Tribunale è dato però dall'accoglimento del reclamo nella parte in cui colpisce il decisum del Giudice monocratico per incongruenza della decisione.

Ed infatti, ammessa la presenza dei requisiti del fumus boni iuris (parvenza della fondatezza del diritto azionato) e del periculum in mora (grave pregiudizio derivante dal ritardo nell'adozione delle misure richieste), ammessa altresì l'imputabilità dei fenomeni infiltrativi ai resistenti - almeno in parte, da cui la condanna ad una porzione solamente di spese processuali - il Giudice, anziché imporre agli stessi l'adozione delle misure di messa in sicurezza ed il ripristino della vivibilità, si è limitato ad ordinare la 'tolleranza' delle opere che altri avrebbero eseguito.

Sottolinea il Collegio: «l'"ordine di consentire" emesso dal giudice di prime cure nel dispositivo dell'ordinanza costituisce un minus e un "mero onere passivo" a carico dei resistenti, rispetto all'"ordine di immediata adozione degli interventi di messa in sicurezza e ripristino" richiesto con il ricorso introduttivo, trattandosi di ordine inerente un obbligo di facere, destinato ad essere soddisfatto soltanto dai resistenti che vantano la disponibilità immediata e diretta dei luoghi oggetto di causa, essendo pacifica ed incontestata la comproprietà del predetto lastrico solare in capo ai resistenti»

Pertanto, il reclamo di Alfa Srl viene accolto, sebbene solamente in parte, ordinando ai resistenti originari di provvedere alle opere di messa in sicurezza e ripristino.

Riparto spese e vizio di ultrapetizione

Mentre rispetto al punto relativo alle opere, il Giudice del cautelare è stato ritenuto in certo senso 'mancare' rispetto alla domanda di Alfa Srl, rispetto al riparto delle spese per la messa in sicurezza del lastrico solare lo stesso Giudice viene ritenuto aver 'detto troppo'.

Perché?

La pronuncia cautelare impugnata aveva così stabilito:

«la quantificazione dei danni e delle opere occorrende viene espressamente limitata in questa sede alla quota di addebito gravante ai resistenti (citati in giudizio quindi quali co-obbligati in solido rispetto alla compagine condominiale e per effetto della disciplina contenuta nell'art 1126 cc)", riportandosi ai "lavori meglio indicati dalla relazione peritale agli atti qui richiamata…»

Osserva il Collegio che «per un verso, la questione della ripartizione delle spese per i lavori di messa in sicurezza non è stata oggetto di alcuna richiesta nel ricorso introduttivo, e per altro verso, su di essa vi è una carenza di interesse della reclamante, trattandosi di questione che riguarda essenzialmente il rapporto "interno" tra soggetti coobbligati».

Insomma, il quomodo del riparto delle spese da affrontare per la sistemazione del lastrico è questione appartenente al rapporto tra Tizio, Caio, Sempronio e Mevia ed il Condominio, ai sensi dell'art. 1126 c.c., mentre in questa sede si discute del rapporto esterno, rispetto al danno ricevuto dalla Alfa Srl. Ad Alfa Srl interessa pertanto che chi deve provvedere provveda.

Ovviamente, riteniamo che laddove Alfa Srl, con il suo locale, insista nella proiezione verticale del lastrico che le ha causato il danno, debba, quale condòmina (ove il locale rientri nel medesimo Condominio cui appartiene il lastrico) sostenere la sua quota parte di spesa (cioè quota parte dei 2/3 previsti dall'art. 1126 c.c.).

Infiltrazioni e danni, perché il condominio non può imporre la riparazione in forma specifica

Sentenza
Scarica TRIBUNALE DI BARI n. 13940 del 12/11/2021

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