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Servitù di passaggio
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Servitù di passaggio

Una servitù di passaggio può costituirsi anche tra due fondi non contigui

 

Servitù di passaggio

La possibilità di costituire un passaggio coattivo in favore di un fondo che, benché circondato da altri, fruisca di accesso alla via pubblica in forza di servitù volontaria su altro fondo, al fine di consentirne un altro sbocco sulla via pubblica, esula, dunque, dalla previsione dell'art. 1051 c.c., restando regolata dal successivo art. 1052 c.c.; in questo caso il diritto alla costituzione della servitù è condizionato all'esistenza dei seguenti presupposti: che il preesistente accesso sia inidoneo od insufficiente, che il suo ampliamento sia materialmente irrealizzabile od eccessivamente oneroso e che il nuovo passaggio risponda in concreto alle esigenze di sfruttamento agricolo od industriale del fondo dominante, senza impedire o compromettere analoghe utilizzazioni del fondo servente (Cass. 20 febbraio 2012, n. 3125; Cass. 8 giugno 1984, n. 3451). Cass. 5 luglio 2016 n. 13655

In tema di servitù di passaggio il principio di cui all'art. 1051 c.c., u.c. secondo cui sono esenti dalla servitù coattiva di passaggio le case, i cortili, i giardini e le aie ad esse attinenti, si applica quando già esiste un accesso al fondo ma non anche quando si è in presenza di fondi totalmente interclusi (Cass. 26 maggio 2003, n. 8303). Cass. 25 maggio 2016 n. 10857

L'indennità dovuta dal proprietario del fondo a favore del quale è stata costituita la servitù di passaggio coattivo non rappresenta il corrispettivo dell'utilità conseguita dal fondo dominante, ma un indennizzo risarcitorio da ragguagliare al danno cagionato al fondo servente, con la conseguenza che, ai fini della determinazione di detta indennità, non può aversi riguardo esclusivamente al valore della superficie di terreno assoggettata alla servitù, ma bisogna tener conto, altresì, di ogni altro pregiudizio subito dal fondo servente in relazione alla sua destinazione a causa del transito di persone e di veicoli (Cass., Sez. 2, 16 febbraio 2007, n. 3649; Cass., Sez. 2, 18 aprile 2011, n. 8868). Cass. 18 maggio 2016 n. 10269

Il diritto di servitù ha oggetto un peso reale che grava su un immobile per l'utilità di un altro, non rientra nelle facoltà del diritto del proprietario del fondo dominante consentire il passaggio per accedere a fondi diversi da quello a favore del quale è costituito il diritto. Cass. 17 febbraio 2012 n. 2358

Il requisito dell'apparenza della servitù, necessario ai fini del relativo acquisto per usucapione o per destinazione del padre di famiglia (art. 1061 c.c.), si configura come presenza di segni visibili di opere permanenti obiettivamente destinate al suo esercizio e rivelanti in modo non equivoco l'esistenza del peso gravante sul fondo servente, in modo da rendere manifesto che non si tratta di attività compiuta in via precaria, bensì di preciso onere a carattere stabile.

Ne consegue che non è al riguardo sufficiente l'esistenza di una strada o di un percorso idonei allo scopo, essenziale viceversa essendo che essi mostrino di essere stati posti in essere al preciso fine di dare accesso attraverso il fondo preteso servente a quello preteso dominante e, pertanto, un quid pluris che dimostri la loro specifica destinazione all'esercizio della servitù" (v. Cass., 11 febbraio 2009, n. 3389; Cass., 10 luglio 2007, n. 15447; Cass., 28 settembre 2006, n. 21087; Cass., 17 febbraio 2004, n. 2994). Cass. 10 marzo 2011 n. 5733

L'uso della cosa comune da parte di un condomino a vantaggio di un bene di sua proprietà esclusiva, estraneo al condominio, costituisce abuso non consentito (Cass. Cass. civ., Sez. 2^ 2006,n. 23608; Cass. civ., Sez. 2^, 19/04/2006, n. 9036; Cass. civ., Sez. 2^, 24/11/2003, n. 17868; Cass. 360/95, 2773/92, 5780/88) non solo quando alteri la destinazione del bene comune ma anche nel caso in cui, crei, senza il necessario consenso degli altri condomini, un varco nella recinzione del cortile condominiale al fine di creare un accesso dallo spazio interno comune, delimitato della recinzione, ad un immobile limitrofo, estraneo al condominio e di proprietà esclusiva del condomino, venendo, così, a costituire, a favore del bene estraneo alla comunione ed in pregiudizio degli altri condomini e della cosa comune, una servitù di passaggio. Cass. 26 settembre 2008 n. 24243

Una servitù di passaggio può costituirsi anche tra due fondi non contigui, senza che sia contestualmente costituita anche sul fondo interposto tra essi.

Infatti, il requisito della contiguità tra i fondi, in tema di servitù di passaggio, deve essere inteso non nel senso letterale di materiale aderenza tra essi, ma in quello giuridico di possibilità di vantaggio da parte del fondo servente a favore del fondo dominante, poiché il proprietario del fondo dominante può esercitare ad altro titolo il passaggio sul fondo intermedio, ovvero acquistare successivamente il relativo diritto di servitù (v. Cass. 6.3.1978, n° 1105; 26.4.1984, n° 2624). Cass. 17 febbraio 2005 n. 3273

la dicatio ad patriam quale modo di costituzione di una servitù di uso pubblico, consiste nel comportamento del proprietario che, se pur non intenzionalmente diretto a dar vita al diritto di uso pubblico, metta volontariamente, con carattere di continuità e non di mera precarietà e tolleranza, un proprio bene a disposizione della collettività, assoggettandolo al correlativo uso, che ne perfeziona l'esistenza, senza che occorra un congruo periodo di tempo o un atto negoziale ovvero ablatorio, al fine di soddisfare un'esigenza comune ai membri di tale collettività "uti cives" indipendentemente dai motivi per i quali detto comportamento venga tenuto, dalla sua spontaneità o meno e dallo spirito che lo anima (v. Cass. n. 1072-88-S. U., n. 5262-93, n. 10574-94, n. 3117-95, n. 15111-200, n.875-2001, n. 6924-2001, n. 7481-2001). Cass. 12 agosto 2002 n. 12167

Il principio nemini res sua servit è applicabile soltanto nel caso in cui un unico soggetto è titolare del fondo servente e di quello dominante e non pure quando il proprietario di uno di essi sia anche comproprietario dell'altro, perché in tale seconda ipotesi l'intersoggettività del rapporto è data dal concorso di altri titolari del bene comune.

E a questa conclusione si deve pervenire anche nell'ambito condominiale, essendo configurabile in uno stesso edificio la proprietà comune come entità distinta da quella individuale sotto il profilo sia materiale, essendo identificabili le cose condominiali, sia della titolarità del diritto, dato che, mentre colui che ha la proprietà esclusiva di singole cose è un soggetto individuale, titolare delle cose dl proprietà comune è un soggetto plurimo e diverso. Cass. 17 luglio 1998 n. 6994

Nella determinazione del concetto di utilità [...] non si deve far capo ad elementi soggettivi ed estrinseci relativi all'attività personale svolta dal proprietario del fondo dominante, ma bisogna avere riguardo unicamente al fondamento obbiettivo e reale dell'ultima stessa, sia dal lato attivo che da quello passivo: essa deve costituire, cioè, un vantaggio diretto del fondo dominante, come mezzo per la migliore utilizzazione di questo. Cass. 22 ottobre 1997 n. 10370

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