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È sempre consentita la fonoregistrazione dell'assemblea

Può essere utilizzata dal condòmino per tutelare un proprio diritto in sede giudiziale
Avv. Gianfranco Di Rago Avv. Gianfranco Di Rago 

La registrazione audio dei lavori assembleari è del tutto legittima, anche se operata all'insaputa dei partecipanti. Piuttosto occorre valutare l'utilizzo che ne viene fatto.

Di certo è possibile produrla in sede giudiziale, ad esempio per provare una circostanza contraria alle risultanze del verbale assembleare, ma non è detto che ciò funzioni sempre.

È quanto emerge dall'ampia e ben motivata sentenza resa dal Tribunale di Vicenza lo scorso 2 ottobre 2020.

La fonoregistrazione dell'assemblea è legittima

Occorre preliminarmente evidenziare come sia ormai un dato pacificamente acquisito, anche nella giurisprudenza di legittimità, il fatto che chi partecipa a una conversazione con uno o più soggetti possa registrarne il contenuto, anche senza il consenso dei propri interlocutori.

Il principio di cui sopra è stato in un certo senso codificato dalle Sezioni Unite Penali della Suprema Corte di Cassazione con la sentenza 24 settembre 2003, n. 36747, nella quale è stato chiarito che "deve escludersi che possa essere ricondotta nel concetto d'intercettazione la registrazione di un colloquio, svoltosi a viva voce o per mezzo di uno strumento di trasmissione, ad opera di una delle persone che vi partecipi attivamente o che sia comunque ammessa ad assistervi.

Difettano, in questa ipotesi, la compromissione del diritto alla segretezza della comunicazione, il cui contenuto viene legittimamente appreso soltanto da chi palesemente vi partecipa o vi assiste, e la "terzietà" del captante.

La comunicazione, una volta che si è liberamente e legittimamente esaurita, senza alcuna intrusione da parte di soggetti ad essa estranei, entra a fare parte del patrimonio di conoscenza degli interlocutori e di chi vi ha non occultamente assistito, con l'effetto che ognuno di essi ne può disporre, a meno che, per la particolare qualità rivestita o per lo specifico oggetto della conversazione, non vi siano specifici divieti alla divulgazione (es.: segreto d'ufficio).

Ciascuno di tali soggetti è pienamente libero di adottare cautele ed accorgimenti, e tale può essere considerata la registrazione, per acquisire, nella forma più opportuna, documentazione e quindi prova di ciò che, nel corso di una conversazione, direttamente pone in essere o che è posto in essere nei suoi confronti; in altre parole, con la registrazione, il soggetto interessato non fa altro che memorizzare fonicamente le notizie lecitamente apprese dall'altro o dagli altri interlocutori".

La successiva giurisprudenza penale di legittimità ha quindi sempre confermato tale principio di diritto (si vedano: Cass. pen., sez. IV, 31 ottobre 2007, n. 40332; Cass. pen, sez. I, 16 febbraio 2010, n. 6297; Cass. pen., sez. I, 8 febbraio 2013, n. 6339; Cass. pen., sez. V, 2 febbraio 2016, n. 4287; Cass. pen., sez. II, 26 gennaio 2017, n. 3851; Cass. pen., sez. V, 11 febbraio 2019, 13810).

Anche la giurisprudenza civile di legittimità ha integralmente confermato il principio di cui sopra (si vedano: Cass. civ., sez. II, 11 dicembre 1993, 12206; Cass. civ., sez. III, 11 settembre 1996, 8219; Cass. civ., sez. VI, 1 marzo 2017, 5259; Cass. civ., sez. III, 19 gennaio 2018, n. 1250).

La registrazione occulta dell'assemblea vale come prova nella impugnazione della delibera?

È però importante valutare l'utilizzo che se ne intendere fare

Il problema riguarda, piuttosto, l'utilizzo che il soggetto che abbia registrato la conversazione voglia fare del materiale in tal modo legittimamente acquisito.

Di sicuro è possibile utilizzarlo per difendere un proprio diritto in sede giudiziaria. Anche detta questione è stata infatti affrontata e risolta dalla richiamata sentenza n. 36747/2003 delle Sezioni Unite Penali della Suprema Corte di Cassazione: "esauritosi il rapporto tra il comunicante ed il destinatario, residua solo un fenomeno di diffusione della notizia da parte di chi legittimamente l'ha acquisita, il quale potrà, salvo che una specifica norma dell'ordinamento gliene faccia divieto, comunicare a terzi la notizia ricevuta e, più specificamente, nell'ambito del processo, potrà deporre come testimone su quanto gli è stato riferito e/o consegnare il nastro registrato".

Anche il c.d. Codice Privacy, di cui al D.lgs. 196/2003, nella versione precedente alle recenti modifiche rese necessarie dall'entrata in vigore della normativa europea di cui al c.d. GDPR (Regolamento UE n. 2016/679), aveva indirettamente confermato i predetti principi, in quanto la disciplina per il trattamento dei dati personali era stata espressamente qualificata come non applicabile ai trattamenti effettuati da persone fisiche per fini esclusivamente personali, salvo che i dati fossero destinati a una comunicazione sistematica o alla diffusione (art. 5, comma 3).

Quanto sopra era stato a sua volta confermato dalla Suprema Corte, come emerge con chiarezza dalla sentenza della sezione terza penale, 13 maggio 2011, n. 18908. Del predetto principio si trova poi ulteriore conferma anche nel citato Regolamento UE n. 2016/679, entrato in vigore in Italia lo scorso 25/05/2018.

La normativa comunitaria sul trattamento dei dati personali, infatti, non è a sua volta applicabile ai trattamenti "effettuati da una persona fisica per l'esercizio di attività a carattere esclusivamente personale" (art. 2, comma 2, lett. c)), ossia per attività "senza una connessione con un'attività commerciale o professionale" (considerando n. 18 del relativo Preambolo).

Si evidenzia ulteriormente come il trattamento dei dati personali non necessitasse comunque del consenso dell'interessato sotto la vigenza del "vecchio" Codice privacy, allorché esso fosse finalizzato "a far valere o difendere un diritto in sede giudiziaria" (art. 24, comma 1, lett. f), D.Lgs. 196/2003), e non ne necessiti tuttora, quando il trattamento "è necessario per il perseguimento del legittimo interesse del titolare del trattamento o di terzi, a condizione che non prevalgano gli interessi o i diritti e le libertà fondamentali dell'interessato che richiedono la protezione dei dati personali" (art. 6, comma 1, lett. f), GDPR).

Posso registrare l'assemblea condominiale?

La motivazione della sentenza del Tribunale di Vicenza

Come si anticipava, il Tribunale di Vicenza ha giudicato perfettamente legittima la produzione in giudizio della fonoregistrazione dell'assemblea da parte del condòmino che aveva impugnato una delibera.

Nel richiamare a sua volta la giurisprudenza di legittimità, il Giudice veneto ha infatti chiarito "che ciascun partecipante a una conversazione, sia essa una riunione di condominio o un colloquio tra amici, accetta il rischio di essere registrato (Cass. civ. n. 18908/2011).

Inoltre, non si verifica la lesione della privacy dei partecipanti, in quanto la registrazione non dà luogo alla compromissione del diritto alla segretezza della comunicazione, il cui contenuto viene legittimamente appreso solo da chi palesemente vi partecipa o assiste (Cass. S.U. n. 36747/2003).

È importante sottolineare però che nonostante ogni partecipante all'assemblea abbia il diritto di registrare durante l'assemblea, egli è tenuto a non divulgare il contenuto a terzi non presenti durante l'assemblea.

In questo caso si verificherebbe un reato, salvo il caso in cui si sia ottenuto il consenso alla divulgazione da parte di tutti i partecipanti all'adunanza o che la diffusione si renda necessaria per tutelare un proprio diritto".

L'utilizzo giudiziale della fonoregistrazione

La fonoregistrazione può quindi essere utilizzata dal condòmino per contestare il contenuto del verbale assembleare.

Come ricordato dal Tribunale di Vicenza, "il valore di prova legale del verbale di assemblea condominiale, munito di sottoscrizione del presidente e del segretario, è limitato alla provenienza delle dichiarazioni dai sottoscrittori e non si estende al contenuto della scrittura, e, per impugnare la veridicità di quanto risulta dal verbale, non occorre che sia proposta querela di falso, potendosi, invece, far ricorso, a ogni mezzo di prova.

Incombe, tuttavia, sul condomino che impugni la delibera assembleare l'onere di sovvertire la presunzione di verità di quanto risulta dal relativo verbale".

Occorre però evidenziare che la registrazione su nastro magnetico di una conversazione può costituire fonte di prova, ex art. 2712 c.c., soltanto se colui contro il quale la registrazione è prodotta non contesti che la conversazione sia realmente avvenuta, né che abbia avuto il tenore risultante dal nastro, e sempre che almeno uno dei soggetti, tra cui la conversazione si svolge, sia parte in causa.

Il disconoscimento, quindi, può paralizzare o rendere più difficile l'adempimento dell'onere della prova di cui è gravato il condòmino impugnante. Occorre però anche considerare che detto disconoscimento, perché possa essere considerato efficace, deve essere effettuato nel rispetto delle preclusioni processuali di cui agli artt. 167 e 183 c.p.c. (quindi entro termini ristretti).

Esso deve inoltre essere chiaro, circostanziato ed esplicito e concretizzarsi nell'allegazione di elementi attestanti la non corrispondenza tra la realtà fattuale e quella riprodotta (Cass. civ. n.1250/2018).

Valore legale contenuto verbale assemblea condominiale

Sentenza
Scarica Trib. Vicenza n.1621 2/10/2020

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