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Non si può obbligare lo stalker a vivere altrove se abita nello stesso condominio della vittima.
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Non si può obbligare lo stalker a vivere altrove se abita nello stesso condominio della vittima.

Se lo stalker vive all'interno dello stesso condominio della vittima non gli si può imporre di andare a vivere altrove

Avv. Maurizio Tarantino  

In caso di stalking condominiale, il divieto di dimora non può essere adottato, ma resta pur sempre il divieto di avvicinarsi ai luoghi frequentati dalla persona offesa.

"Laddove la persona offesa e l'autore degli atti persecutori abitino nel medesimo stabile, non gli si può imporre di andare a vivere altrove, poiché questo comporterebbe per il colpevole un eccessivo sacrifico, contrario ai principi di proporzione tra illecito penale e sanzione".

Questo è il principio di diritto espresso dalla Corte di Cassazione Penale con la sentenza n. 30926 del 19 luglio 2016 in merito al reato di atti persecutori nel condominio.

I fatti di causa. A seguito di atti persecutori commessi da Tizio nei confronti di Caio, il Tribunale di Venezia applicava nei confronti dello stalker la misura coercitiva del divieto di avvicinamento ai luoghi frequentati dalla persona offesa; in particolare, il divieto di avvicinarsi al condominio, salvo in determinate ore e previa comunicazione alla vittima. Tale decisione veniva confermata con ordinanza dal Tribunale del Riesame. Per i motivi esposti, Tizio proponeva ricorso per cassazione.

Il reato di stalking nel condominio. La norma (art. 612 bis c.p.) recita al primo comma che "salvo che il fatto costituisca più grave reato, è punito con la reclusione da sei mesi a cinque anni chiunque, con condotte reiterate, minaccia o molesta taluno in modo da cagionare un perdurante e grave stato di ansia o di paura ovvero da ingenerare un fondato timore per l'incolumità propria o di un prossimo congiunto o di persona al medesimo legata da relazione affettiva ovvero da costringere lo stesso ad alterare le proprie abitudini di vita".

Secondo la definizione fornita dalla scienza sociologica, più precisamente, lo "stalking" viene definito come il comportamento assillante ed invasivo della vita altrui, realizzato mediante la reiterazione insistente di condotte intrusive, quali, a mero titolo esemplificativo, telefonate, appostamenti, pedinamenti, comportamenti assillanti ed ossessivi che mirano a ridurre la vittima in uno stato di soggezione psicologica, fino a sfociare in fattispecie di reato.

Dal punto di vista giurisprudenziale, questa fattispecie è stata introdotta, dalla Corte di Cassazione, con sentenza del 7 aprile 2011, n. 20895, con la quale il reato di stalking ha fatto il proprio ingresso anche in ambito condominiale.

Tale sentenza è importante non solo perché con essa si è subito chiarito come lo stalking possa consumarsi, come detto, anche fuori da un contesto relazionale affettivo ma soprattutto perché il Supremo Collegio ha con essa evidenziato che "il fatto può essere costituito anche da due sole condotte": le minacce e/o le molestie, in sostanza, devono essere più di una, ma anche solo due (sul punto Cass. Pen., Sez. V, sent. n. 6417 del 17/02/2010).

E così è stalking anche "insozzare quasi quotidianamente l'abitazione ed il cortile di proprietà del vicino gettandovi rifiuti di ogni genere", se con tale condotta gli si provoca "un perdurante e grave stato d'ansia e il fondato pericolo per l'incolumità, al punto da costringerlo a trasferirsi altrove per alcuni periodi e rinunciare a coltivare presso la propria abitazione relazioni con i terzi": in tal senso la Corte di Cassazione aveva confermato la condanna comminata proprio nei confronti di un soggetto che si era reso responsabile di questi atti, giustamente inquadrati appunto come persecutori tra condomini (Cass. Pen., Sez. V, Sent. n. 39933 del 26/09/2013).

Il divieto di avvicinamento ai luoghi frequentati dalla persona offesa e il divieto di dimora. L'art. 282 ter c.p.p., al primo comma prevede che "con il provvedimento che dispone il divieto di avvicinamento il giudice prescrive all'imputato di non avvicinarsi a luoghi determinati abitualmente frequentati dalla persona offesa ovvero di mantenere una determinata distanza da tali luoghi o dalla persona offesa" invece, al quarto comma viene precisato che "quando la frequentazione dei luoghi di cui ai commi 1 e 2 sia necessaria per motivi di lavoro ovvero per esigenze abitative, il giudice prescrive le relative modalità e può imporre limitazioni".

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La disposizione in esame è stata introdotta in occasione dello stesso intervento legislativo che ha configurato il nuovo delitto di atti persecutori (c.d. stalking) di cui all'art. 612 bis del codice penale.

Dal punto di vista oggettivo, la misura si articola in un possibile doppio contenuto: un divieto di avvicinarsi ai luoghi frequentati con abitudine dalla vittima e un obbligo specifico di restare ad una determinata distanza, assorbente il primo.

Pur essendo una misura introdotta in relazione al reato di atti persecutori, questa si caratterizza, in realtà, per la generale portata applicativa, non vincolata ad alcuna tipologia predeterminata di illecito penale, risultando quindi diretta ad allargare lo spazio di protezione della vittima di atti violenti e persecutori a fronte delle possibili situazioni di contatto con l'aggressore, creando uno schermo di protezione attorno al soggetto debole.

Premesso ciò, invece, per quanto riguarda il divieto di dimora previsto dall'art. 283 c.p., la norma al primo comma precisa che "con il provvedimento che dispone il divieto di dimora, il giudice prescrive all'imputato di non dimorare in un determinato luogo e di non accedervi senza l'autorizzazione del giudice che procede".

La norma in esame è diretta a soddisfare l'esigenza cautelare di impedire l'inquinamento delle fonti probatorie e la reiterazione di reato; in particolare, tale divieto deve cercare di tenere conto delle esigenze di alloggio, lavoro ed assistenza della persona sottoposta così da non arrecare maggiore pregiudizio.

Il ragionamento della Corte di Cassazione. La vicenda rientra nei più classici atti persecutori in condominio: urla, offese ad alta voce, rumori creati di proposito, aggressioni fisiche al vicino. Sul punto,i giudici di piazza Cavour hanno avuto modo di evidenziare che la limitazione delle libertà fondamentali dell'imputato deve essere sempre e comunque operata in rapporto di proporzionalità con le esigenze cautelari avendo riguardo alla manifestazione della condotta lesiva.

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Quindi, a parere della Corte, il divieto di avvicinamento ai luoghi frequentati dalla persona offesa, in considerazione che tanto la persona offesa quanto il ricorrente abitassero nello stesso stabile, abbia determinato l'applicazione, di fatto, anche della misura del divieto di dimora di cui all'art. 283 c.p.p. (sicuramente non richiesta dal pubblico ministero).

Appare evidente, quindi, come l'applicazione di una misura coercitiva non solo non possa prescindere da una specifica richiesta del P.M., ma non possa neanche travalicare in una misura diversa e ulteriore.

Per meglio dire, nel caso in cui vittima e stalker vivano nello stesso edificio, il divieto di dimora non può essere adottato, ma resta pur sempre il divieto di avvicinarsi ai luoghi frequentati dalla persona offesa e di allontanarsi da quest'ultima ogni volta che il reo vi si imbatte, al di là dei posti dove l'incontro può avvenire.

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Difatti, secondo i giudici, per tutelare la vittima di stalking condominiale non c'è altro modo che impedire al molestatore di avvicinarsi fisicamente alla vittima, senza perciò impedirle di entrare o uscire da casa propria. Ne consegue che le libertà fondamentali dell'indagato/imputato devono essere sacrificate in modo proporzionale alle esigenze cautelari.

Le conclusioni. Alla luce di tutto quanto innanzi esposto, la Corte di Cassazione con la pronuncia in commento ha accolto il ricorso di Tizio e per l'effetto ha annullato l'ordinanza impugnata con rinvio al Tribunale di Venezia per un nuovo riesame.

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Scarica Corte Suprema di Cassazione, V Sez. Pen. , Sent. 30926 del 19-07-2016

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