La prestazione commerciale eseguita dal fornitore del servizio idrico è di carattere complesso. Non si tratta, infatti, soltanto di erogare l'acqua potabile, ma anche di fornire alcune attività accessorie, come quella della depurazione delle, cosiddette, acque reflue. Ovviamente, anche quest'ultimo tipo di servizio viene conteggiato in bolletta ed è oggetto di apposito corrispettivo.
Ci si domanda, però se tale onere accessorio sia sempre dovuto, anche in assenza di un apposito impianto di depurazione degli scarichi fognari. In altri termini, questa voce in bolletta è legittima anche quando l'esercente si limita a condurre e spingere le acque reflue verso una condotta marina e senza alcun trattamento? In caso negativo, sarebbe possibile agire in recupero delle i quanto versato a tale titolo?
Ha dato risposta a queste domande una recente sentenza del Tribunale di Messina. Per la precisione si tratta del provvedimento n. 1908 del 11 novembre 2021, emesso al termine di una causa nella quale un condominio della zona ha voluto recuperare il corrispettivo per il trattamento delle acque reflue.
Vediamo, perciò, come si è svolto il procedimento.
La quota della depurazione dell'acqua in bolletta: il caso concreto
Un condominio, in provincia di Messina, aveva convenuto in giudizio il Comune, gestore del servizio idrico, allo scopo di ottenere la restituzione di quanto pagato, per molti anni, a titolo di depurazione delle acque reflue.
Secondo la tesi dell'istante, si trattava, infatti, di somme versate indebitamente e senza alcun titolo, visto che era nota l'assenza di un impianto di depurazione e di trattamento degli scarichi fognari. Perciò chiedeva la ripetizione di ciò che era stato saldato in bolletta per tale servizio accessorio mai ricevuto.
L'istruttoria si caratterizzava della documentazione sullo stato e l'efficienza dell'impianto di depurazione della zona nonché sull'espletamento di una CTU che aveva avuto, anche, il compito di verificare il funzionamento attuale dell'installazione de quo.
Il Tribunale di Messina, al termine del procedimento, ha accolto, integralmente, la domanda attorea, condannando il Comune, gestore del servizio idrico, al rimborso precisato nell'atto introduttivo ed al pagamento delle spese processuali.
Rimborso oneri in bolletta: è un'azione di accertamento negativo
Prima di entrare nel merito della vicenda giuridica, è bene concentrarsi sul tipo di azione da esperire e sulle caratteristiche della stessa.
In particolare, secondo quanto emerge dalla sentenza del Tribunale di Messina, si tratta, senza alcun dubbio, di un'azione di accertamento negativo. In pratica, quindi, l'attore chiede che sia accertata l'assenza di ogni titolo o ragione di un proprio pagamento e, per questa ragione, all'esito dell'indagine, pretende la ripetizione di quanto versato.
Ebbene, per la prevalente giurisprudenza, in un giudizio come questo, l'onere probatorio resta, comunque, a carico del creditore, anche se si tratta della parte convenuta. Sarà questi, perciò, a dover dimostrare di avere pieno titolo ad una certa somma e non l'attore debitore che ha promosso l'azione di accertamento negativo «la giurisprudenza con una illuminata sentenza (Cass. n. 1391/1985) ha esplicitamente affermato che i principi generali sull'onere della prova trovano applicazione indipendentemente dalla circostanza che la causa sia stata instaurata dal debitore con azione di accertamento negativo con la conseguenza che anche in tale situazione la prova deve gravare sempre sul titolare del diritto di cui si chiede l'accertamento (in tal senso Cass. Sez. IV n. 28516/2008; App. L'Aquila n. 615 del 9.9.2010)».
Qualora il creditore non dovesse fornire la prova della legittimità di quanto preteso, sarà tenuto, inevitabilmente, al rimborso di quanto incassato «anche in tale situazione sono a carico del creditore, convenuto in accertamento, le conseguenze della mancata dimostrazione degli elementi costitutivi della pretesa (Tribunale Arezzo, sez. lav., 20/03/2014, n. 133)».
Impianto di depurazione inesistente o non funzionante: nulla è dovuto in bolletta
Se l'impianto di depurazione delle acque reflue è inesistente oppure non è funzionante, non è legittimo che il gestore del servizio idrico pretenda il versamento in bolletta del corrispettivo per questo servizio accessorio.
Conferma questa affermazione la Cassazione allorquando precisa che «la tariffa del servizio idrico integrato, in tutte le sue componenti, come il corrispettivo di una prestazione commerciale complessa, è il soggetto esercente detto servizio, il quale pretenda il pagamento anche degli oneri relativi al servizio di depurazione delle acque reflue domestiche, ad essere tenuto a dimostrare l'esistenza di un impianto di depurazione funzionante nel periodo oggetto della fatturazione, in relazione al quale esso pretenda la riscossione" (Cassazione n. 14042/2013)».
E ancora «in rapporto alla tariffa di fognatura e di depurazione soggetta alla innovata disciplina, questa Corte di legittimità ha affermato che i Comuni non possono chiedere il pagamento dell'apposita tariffa ove non diano prova di essere forniti di impianti di depurazione delle acque reflue (Cassazione n. 11270/2020)».
Pertanto, il gestore del servizio idrico, invocato in giudizio per il rimborso delle somme percepite per la depurazione delle acque reflue, ha l'onere di dimostrare l'esistenza di un impianto funzionante ed efficiente nel periodo in contestazione. In mancanza, sarà tenuto alla ripetizione di quanto incassato a tale titolo.