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Liti in condominio. Quando non bastano delle regole scritte a garantire una serena convivenza
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Liti in condominio. Quando non bastano delle regole scritte a garantire una serena convivenza

Vivere lo spazio altrui come un diritto legittimo di cui l'altro è depositario. L'origine del dissidio in condominio.

 

Scenario 1 Ore 8.30 del mattino siamo di fretta, la sveglia non ha suonato, o ha suonato ma noi abbiamo continuato a dormire facendo quel sogno in cui ci siamo alzati, siamo andati al lavoro ma in realtà stiamo ancora dormendo o forse no, ma ormai non conta, perché comunque sia andata siamo in ritardo.

Ci siamo vestiti in fretta e abbiamo saltato la colazione per poter guadagnare minuti preziosi, abbiamo una riunione importantissima dall'altro lato della città e dobbiamo essere lì alle ore 9.00 precise, una riunione così importante ed urgente da essere fissata di domenica mattina.

Da questa riunione dipendono la nostra promozione o il nostro licenziamento.Di corsa scendiamo le scale, concentrati sulla nostra riunione e sul nostro ritardo.

Giriamo l'angolo…ed ecco davanti al nostro garage lo scooter del vicino di box, ovvero del figlio dell'inquilino del piano di sotto, beatamente adagiato davanti al nostro garage…

Scenario 2 È domenica, dopo una intera settimana di lavoro decidiamo di concederci una approfondita pulizia domestica, no, non siamo una donna maniaca della pulizia, ma siamo una mamma single che lavora tutta la settimana per garantire un futuro alla figlia adolescente sentendoci anche in colpa per le ore di assenza e per la casa perennemente in disordine, attenzione, in disordine, non sporca, ma almeno la domenica mattina possiamo rimediare.

Apertura delle finestre, è anche una meravigliosa giornata di primavera, ventilata ma mite, lasciamo che il rinnovato sole invada la nostra casa e la nostra vita frenetica, ci apprestiamo a mettere ordine nel nostro spazio domestico con la cura con cui vorremmo mettere ordine nella nostra esistenza, e magari fosse così semplice come togliere la polvere.

Spazziamo, laviamo, riordiniamo e spolveriamo ogni angolo possibile della casa cercando di non far rumore, non vogliamo svegliare il nostro piccolo tornado sempre imbronciato e arrabbiato con il mondo, e non vogliamo dar fastidio a nessuno nello stabile, siamo così brave e così concentrate perché in fondo questa attività ci rilassa e ci consente di pensare che alle ore 10.00 la casa è uno specchio, il pranzo è nel forno e anche la lavatrice è finita, possiamo uscire a stendere le lenzuola appena lavate, il nostro piccolo strano piacere, l'odore di pulito emanato dalla biancheria che persiste dopo l'asciugatura è una cosa che ci piace fin da bambine e a cui dedichiamo una particolare cura anche durante la frenetica settimana, la casa potrà anche essere un totale caos, tanto non ci siamo mai, né noi né nostra figlia, ma i vestiti sempre puliti e profumati, ci teniamo particolarmente, usciamo fuori al terrazzino ci godiamo il sole e stendiamo il bucato.

=> Si può cantare liberamente sul balcone?

Fino a quando l'inquilina di fronte, a favore di vento, tanto per cambiare, inizia ad arrostire i carciofi sul balcone e il fumo invade la nostra casa precedentemente profumata di limone e marsiglia e soprattutto investe le nostre lenzuola stese al sole, nonostante abbiamo chiesto più di una volta e garbatamente alla signora di non cucinare sul balcone.

Ciascuno di noi in questi piccoli scenari può identificarsi, sia come condomino, sia come amministratore, ciascuno di noi da un versante o dall'altro ha vissuto esperienze di questo tipo che di fatto sottolineano quanto già messo in evidenza in un precedente articolo, ovvero condomini e amministratori, si trovano a condividere spazi ed esperienze con persone che non hanno scelto, e se l'armonia è complessa anche quando le persone si sono scelte, figuriamoci quanto sia complicato laddove la vicinanza è frutto non della scelta ma del caso.

Gli scenari proposti sono scenari che evidenziano la difficoltà di ciascuno a vivere lo spazio altrui come un diritto legittimo di cui l'altro è depositario e come spesso, nel rivendicare giustamente il diritto al nostro spazio, finiamo, anche senza rendercene conto,per invadere lo spazio dell'altro.

Nello specifico ognuno dei soggetti descritti subisce una prevaricazione un sopruso ma in ragione di questo a sua volta ne commette uno.

Quanto abbiamo letto fin qui non si può liquidare con semplice riferimento alla maleducazione quanto piuttosto con la percezione di un io vissuto come giusto e infallibile e un tu vissuto come fallace e criticabile.

In queste storielle in pratica sbagliano tutti pur avendo tutti delle buone ragioni. Il ragazzo dello scooter probabilmente ha lasciato lo scooter fuori dal box davanti al garage del signor Turci senza pensarci e la signora dei carciofi sicuramente percepisce il proprio balcone una sua proprietà quanto il soggiorno di casa sua e quindi sente il diritto di fare sul proprio balcone qualsiasi cosa le passi per la mente.

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La situazione che si genera in condominio è legata quindi al paradosso per il quale in base al proprio punto di vista e alle proprie reazioni tutti hanno ragione e contemporaneamente tutti hanno torto, questo perché la questione che da sempre il condominio solleva è la questione che è alla base dello stare insieme ovunque, ovvero la gestione dello spazio, del confine tra ciò che è diritto e ciò che non lo è, tra ciò che è pubblico e ciò che è privato e tra ciò che è lecito fare in privato e ciò che è lecito fare in pubblico e benchè nessuno degli scenari riguardi delle violazioni di legge, in realtà ognuno evidenzia la caduta del buon senso comune, dove la questione non è sollevata solo dal buon senso, quanto dalla parola "comune".

Tutto ciò che è in comune ci pone nella necessità psicologica di riconoscere l'esistenza dell'altro, che l'altro c'è e ha a sua volta un confine che ha diritti di tutela tanto quanto il nostro. Questo aspetto è il più complesso, il più semplice in termini descrittivi, ma in termini psichici richiede uno sforzo non da poco.

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Non bastano delle "regole" scritte e magari approvate da tutti a garantire la serena convivenza, questo perché il regolamento condominiale non è un testo di legge esecutivo, quanto piuttosto un decalogo di buone maniere che spesso potrebbero essere seguite anche senza bisogno di trasferirle sulla carta; ma già la necessità di trasferirle su un pezzo di carta testimonia la necessità di ciascuno di attingere a fonti esterne quel senso del vivere comune che di fatto dovrebbe essere interno, ma in realtà la percezione dell'altro e il rispetto del suo confine non è un elemento così naturale come crediamo.

La psicologia ha sottolineato che il confine è un qualcosa con il quale non veniamo al mondo ma che costruiamo in fase di crescita e non necessariamente è un qualcosa che è definibile sempre e comunque.

Al momento della nascita il neonato percepisce tutto, la madre innanzitutto, perché è lei il primo mondo relazionale, il primo "altro" con cui ognuno di noi si confronta, come una estensione del sé e questo "egocentrismo" è un fardello che ci accompagna per tutta l'esistenza e si evidenzia in ogni relazione per cui, a meno di non essere dei novelli Madre Teresa, tutti noi nelle relazioni partiamo dall'Io e poi forse e magari dopo immenso sforzo arriviamo al tu: al tuo punto divista, al tuo diritto e al tuo confine.

Il riconoscimento dell'altro, della sua esistenza e del diritto al proprio spazio è una questione estremamente spinosa per tutti e si manifesta costantemente nella vita condominiale dove l'amministratore è chiamato a fare da arbitro non sempre e non tanto su questioni tecniche quanto proprio sugli aspetti collegati alla relazione e alla gestione dei diritti allo spazio individuale che ciascun condomino ha e che inevitabilmente confligge con lo stesso diritto di qualcun altro, per cui l'amministratore, già oberato di attività, è chiamato per la gran parte del tempo a mediare in questioni che però, di fatto, come abbiamo evidenziato negli scenari proposti, in realtà finiscono per riguardarlo in prima persona rendendo questo suo compito di arbitro sempre più complicato.

Le competenze tecniche non bastano ad aiutare i condomini ad andare d'accordo e a rispettarsi o a rispettare l'amministratore per cui spesso l'attività che viene chiesta all'amministratore non è tanto quella di arbitro o mediatore quanto piuttosto quella di educatore dell'infanzia perché le questioni che solleva il condominio hanno spesso a che vedere con questioni infantili non tanto per il contenuto delle questioni quanto per il modo in cui nascono, si sviluppano e si risolvono, ovvero, facendo leva su processi psichici non evoluti ma primitivi, collegati all'infante che non riconosce l'altro perché non ne riconosce ancora l'esistenza come un qualcosa diverso da sé, dalla propria volontà, dal proprio desiderio per cui fa enorme difficoltà a rispettarne confini, volontà e desideri.

In sinste si le questioni condominiali, dalle più banali alle più complesse, in termini relazionali sono questioni che si fondano su movimenti regressivi che difficilmente possono far leva su aspetti adulti come un testo di legge o il regolamento condominiale mentre sono in atto per cui alla fine rendono anche questo in ultima istanza inutile nell'arginare gli eventuali conflitti.

=> Classifica delle liti in condominio

Questo aspetto relazionale/conflittuale rende necessaria agli amministratori una preparazione che li aiuti a far leva sugli aspetti adulti dei propri condomini mettendo queste parti in comunicazione tra loro mediando con gli aspetti infantili che favoriscono e mantengono i conflitti perché partono da un mancato riconoscimento delle istanze di cui l'altro è portatore, rende necessaria agli amministratori l'accesso ad un contesto in cui tutte le difficoltà relazionali connesse al proprio lavoro possano essere accolte ed elaborate perché nel momento in cui l'amministratore entra in assemblea diviene egli stesso parte della relazione conflittuale e potrebbe non essere in grado, non per incapacità, ma perché umano, di riconoscere gli aspetti relazionali funzionali e quelli disfunzionali della propria persona che potrebbero aiutarlo a dirimere questioni solo all'apparenza banali, perché il moto prevaricatorio delle relazioni in condominio e ovunque è un moto infantile e primitivo ma questo non lo rende assolutamente banale, semmai il contrario.

Dottoressa Valeria Ria

Psicologa-Psicodiagnosta

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