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Legittimazione a stare in giudizio dell'amministratore: l'ennesima sentenza che mette confusione
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Legittimazione a stare in giudizio dell'amministratore: l'ennesima sentenza che mette confusione

Ennesima confusione sulla legittimazione a stare in giudizio dell'amministratore

Avv. Alessandro Gallucci 

Quello sulle sentenze (di Cassazione o di merito) in materia di legittimazione a stare in giudizio dell’amministratore di condominio è ormai diventato un vero e proprio report mensile dello stato d’incertezza in materia. La sentenza n. 2409 resa dalla Cassazione lo scorso 20 febbraio conferma quest’affermazione. Vediamo perché.

Ormai anche l’intervento delle Sezioni Unite della Suprema Corte di Cassazione, data agosto 2010, il riferimento è alle sentenze nn. 18331-18332, è preda delle interpretazioni più variegate. Il contrasto verteva e verte tutto sulla legittimazione passiva e il corrispondente potere d’impugnazione nel caso di sentenza sfavorevole alla compagine

Prima di queste pronunce, la situazione era la seguente:

a) da un lato v’era chi affermava che “ la legittimazione passiva dell'amministratore del Condominio a resistere in giudizio ai sensi dell'art. 1131 cod. civ., comma 2, esclusiva o concorrente con quella dei condomini, non incontra limiti e sussiste anche in ordine alle azioni di natura reale” (così Cass. 9 dicembre 2009 n. 25766);

b) dall’altro si diceva che quanto appena detto non era corretto “ in quanto basato su una interpretazione dell'art. 1131, secondo comma, cod. civ. che non tiene conto della ratio ispiratrice di tale norma, la quale è diretta a favorire il terzo il quale voglia iniziare un giudizio nei confronti del condominio, consentendogli, invece di citare tutti i condomini, di notificare la citazione all'amministratore.

Nulla, invece, nella norma in questione giustifica la conclusione secondo la quale l'amministratore sarebbe anche autorizzato a resistere in giudizio senza essere a tanto autorizzato dall'assemblea” (così Cass. 24 novembre 2004 n. 22294).

Il contrasto fu risolto, si fa per dire, dalle Sezioni Unite, che ebbero modo di affermare che, " l'amministratore di condominio , in base al disposto dell'art. 1131 c.c., comma 2 e 3, può anche costituirsi in giudizio e impugnare al sentenza sfavorevole senza previa autorizzazione a tanto dall'assemblea, ma dovrà, in tal caso, ottenere la necessaria ratifica del suo operato da parte dell'assemblea per evitare pronuncia di inammissibilità dell'atto di costituzione ovvero di impugnazione" (Cass. SS.UU. 6 agosto 2010 n. 18331).

In ogni caso, in materia di legittimazione dell’amministratore di condominio a stare autonomamente in giudizio nelle cause aventi ad oggetto l’impugnazione delle delibere assembleari non v’era dubbio: " spetta all'amministratore del condominio in via esclusiva la legittimazione passiva a resistere nei giudizi promossi dai condomini per l'annullamento delle delibere assembleari (Cass. 12379/92; Cass. 12204/97; Cass. 13331/2000) con la conseguenza che, nei casi in cui egli può resistere in giudizio, è anche legittimato a proporre impugnazione, nel caso di soccombenza del condominio da lui rappresentato, senza necessità di alcuna autorizzazione da parte dell'assemblea (Cass. 7474/97; Cass. 3773/2001)" (Cass. 20 aprile 2005 n. 8286).

Né sembrava che quest’affermazione potesse porsi in contrasto con quanto affermato dalle Sezioni Unite: i principi espressi in quella sentenza, come si evince leggendola, si riferivano alle materie non ricomprese tra le attribuzioni dell’amministratore. Quella di cui stiamo parlando, quindi, sembrava non riguardarla.

Eppure non è così: nella sentenza n. 2409, attinente un ricorso per Cassazione avverso una sentenza che decideva sull’impugnazione di una delibera, si legge che il citato dev’essere respinto poiché “ il ricorrente Condominio , in persona dell'amministratore pro tempore, non ha ottemperato, nel concesso termine, alla produzione della suddetta autorizzazione dell'assemblea condominiale (eventualmente anche in via di ratifica dell'operato dell'amministratore), ragion per cui, in tal caso (cfr. Cass., S.U., n. 18331 del 2010 e, da ultimo, Cass. n. 2179 del 2011), non può che conseguire l'inammissibilità del proposto ricorso” (Cass. 20 febbraio 2012 n. 2409).

Incertezza su incertezza in una materia ormai sempre più inestricabile.

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