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Condominio Web: Il condominio, gli Immobili e le locazioni
anemone8787

Divieto animali nel contratto d'affitto.

Buongiorno a tutti,

ho una domanda che sicuramente avrete ricevuto mille volte, nel caso mi scuso. 🙂

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Che non sia possibile vietare la detenzione di animali domestici in condominio risale al 18 giugno 2013, però direi che ognuno nella propria u.i. possa fare ciò che vuole, ovvero il locatore può scegliersi l'inquilino che non fumi, che non abbia animali, che sia di pelle bianca, nera, gialla, per cui non vedo perchè non possa non accettare persone che hanno animali.

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Citazione - parte 1

 

Animali da compagnia banditi dal contratto di locazione: la clausola è nulla.

 

Nel corso degli ultimi anni, sono intervenute importanti modifiche normative e nuove riflessioni giurisprudenziali volte a superare la tradizionale concezione antropocentrica degli animali quali res e a garantire, da un canto, il rispetto degli animali, quali esseri senzienti, come espressamente affermato dall’art. 13 del Trattato sul funzionamento dell’Unione Europea ratificato in Italia con legge 130/08, e, dall’altro, la tutela del sentimento per gli animali e del rapporto uomo-animale, riconoscendo un vero e proprio diritto soggettivo all’animale da compagnia.

In particolare, la Convenzione Europea per la protezione degli animali da compagnia, dell’87, ratificata con l. 201/10, ha riconosciuto l’importanza degli animali da compagnia per il contributo che essi forniscono alla qualità della vita, e dunque il loro valore per la società; la legge 189/2004 di riforma del codice penale ha introdotto gli artt. 544 bis ss., che puniscono i delitti di animalicidio e maltrattamento di animali, così confermando che il “sentimento per gli animali” costituisce un valore a copertura costituzionale, posto che, secondo gli scritti della manualistica penale classica, solo gli interessi a copertura costituzionale giustificano la tutela penale, quale extrema ratio; il nuovo C.d.S. (L. 120/10) ha fissato l’obbligo di fermarsi a soccorrere l’animale ferito in caso d’incidente e la scriminante in caso di trasporto di animale in gravi condizioni di salute.

Tutto ciò ha portato la giurisprudenza e la dottrina più recente a superare le anacronistiche riflessioni in tema di animali delle note Sezioni Unite di San Martino (v. Cass. S.U. 11.11.2008 n. 26972) − incapaci di cogliere l’evoluzione sociale fino al punto di definire fantasiosi e risibili le pronunce che avevano riconosciuto il risarcimento del danno non patrimoniale in caso di morte dell’animale da affezione o di maltrattamento di animali, accomunando tale evento alla rottura del tacco della scarpa di una sposa −, ed a valorizzare il sentimento per gli animali, riconoscendogli protezione costituzionale (v. Trib. Varese 7.12.2011 e Trib. Rovereto 18.10.2009; v. anche Di Marzio, Morte dell’animale d’affezione, in http://www.personaedanno, laddove afferma che “gli animali d’affezione possono essere considerati quali componenti dei sistemi sociali umani, partecipando delle dinamiche affettive degli ambienti familiari ed influenzandone, entro certi limiti, l’equilibrio e la stabilità: in simile contesto, l’impatto del «padrone» con la scomparsa dell’animale appare in linea di massima assimilabile, fatte le dovute proporzioni, alla perdita di un membro della famiglia).

Tale evoluzione, peraltro, trova un solido fondamento in quella giurisprudenza costituzionale che, ormai da tempo, è orientata nell’attribuire all’art. 2 della Costituzione carattere di norma di

principio autonoma, in grado di ricondurre alla tutela costituzionale “nuovi” diritti fondamentali, soprattutto nei casi, qual è quello in esame, in cui l’utilizzo di tale disposizione serve a dotare di rango costituzionale diritti riconosciuti in trattati e convenzioni internazionali. In tale contesto, si viene ad inserire la recente riforma del condominio, che ha integrato l’art. 1138 del codice civile con la disposizione: ”Le norme del regolamento condominiale non possono vietare di possedere o detenere animali da compagnia”.

Tale norma, se da un canto costituisce espressione di un più generale principio di inviolabilità del diritto all’animale da affezione, dall’altro costituisce la prima espressa limitazione nel nostro ordinamento dell’autonomia negoziale qualora essa si ponga in contrasto col diritto all’animale d’affezione. In particolare, premesso che, secondo il consolidato orientamento della Suprema Corte (v. Cass. 15.2.2011 n. 3705; 4.12.1993 n. 12028), precedente la riforma, il divieto di tenere negli appartamenti i comuni animali domestici non avrebbe potuto essere contenuto negli ordinari regolamenti condominiali, approvati dalla maggioranza dei partecipanti, non potendo detti regolamenti importare limitazioni delle facoltà comprese nel diritto di proprietà dei condomini sulle porzioni del fabbricato appartenenti ad essi individualmente in esclusiva, ma soltanto in un regolamento cd. contrattuale, approvato per iscritto da tutti i condomini, la nuova previsione normativa, non distinguendo tra regolamenti approvati a maggioranza e regolamenti contrattuali, viene a significare che neppure col consenso unanime è consentito introdurre limitazioni al diritto. Essa si pone quindi in termini di norma imperativa che, ove disattesa, comporta la nullità della clausola, anche contrattuale, in contrasto col divieto, in conformità con la valenza costituzionale dell’interesse protetto.

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Citazione - parte 2

 

Animali da compagnia banditi dal contratto di locazione: la clausola è nulla.

 

Ciò impone una più ampia riflessione circa la portata del divieto; specificamente, impone di valutare la validità, o non, di quelle clausole contrattuali, limitative del diritto di detenere animali da compagnia, inserite in un contratto di locazione (o di usufrutto).

Al riguardo, ci si deve chiedere, in primo luogo, se partendo dall’art. 1138 c.c. novellato ricorrano i presupposti per operare una cd. analogia legis; presupposti che, notoriamente, sono tre: a) il caso in questione non deve essere previsto da alcuna norma; b) devono ravvisarsi somiglianze tra la fattispecie disciplinata dalla legge e quella non prevista; c) il rapporto di somiglianza deve concernere gli elementi della fattispecie nei quali si ravvisa la giustificazione della disciplina dettata dal legislatore (eadem ratio).

A prima vista, ostacoli al procedimento analogico potrebbero essere ravvisati intanto nel fatto che secondo l’orientamento tradizionale ex art. 14 preleggi non sarebbe consentita l’interpretazione

analogica delle norme proibitive; inoltre, si potrebbe obiettare che la limitazione imposta al proprietario e vietata dall’art. 1138 c.c. non potrebbe essere assimilata alla limitazione imposta a chi sia titolare di un mero diritto di godimento sull’abitazione.

Tuttavia, approfondendo il ragionamento, si rileva come la ratio dell’art. 1138 c.c. non sia affatto incentrata sul diritto di proprietà sull’immobile, bensì sul diritto all’animale da affezione, diritto che rimane identico a prescindere dal titolo di godimento dell’appartamento. Anzi, nel caso della locazione appare più evidente la posizione sperequata tra i due contraenti, locatore e conduttore, rispetto al caso della compravendita immobiliare (di un appartamento sul quale un regolamento contrattuale avesse imposto una servitù impeditiva del diritto di detenere animali domestici), come testimonia tutta la normativa di protezione dell’inquilino apprestata nel corso degli anni, cosicché tutelare il proprietario per poi lasciare privo di tutela il conduttore non parrebbe giustificabile in alcun modo.

Quanto al divieto d’interpretare analogicamente una norma proibitiva, si deve dubitare del fatto che esso abbia un effettivo fondamento normativo. Da un canto, è ormai superata la concezione che vedeva le norme imperative in genere come norme eccezionali (basti pensare a tutta quella giurisprudenza sull’art. 41 sexies della legge urbanistica, volta a conferire alla norma la più ampia portata applicativa, idonea ad inficiare la validità della clausola difforme contenuta tanto in contratti ad efficacia reale quanto in contratti ad efficacia obbligatoria quale la locazione; v. Cass. 3.10.2005 n. 19308; 21.7.2007 n. 16172); dall’altro, l’unica limitazione alla possibilità d’analogia è prevista dall’art. 14 preleggi per il caso, ben diverso da quello in esame, delle norme penali (per le quali il divieto ha peraltro portata costituzionale ex art. 25 cost.). Dal punto di vista sistematico, poi, è evidente come anche una proibizione possa essere espressione di un principio generale.

Tuttavia, è proprio partendo da quest’ultima considerazione, ovvero dall’affermazione della sussistenza nel nostro ordinamento di un principio generale, di cui lo stesso art. 1138 c.c. è una delle possibili espressioni, che emerge come la soluzione più adeguata al problema in oggetto debba discendere, più che da una controversa applicazione analogica della norma dettata in tema di rapporti condominiali, dalla diretta applicazione del principio generale.

Invero, una volta riconosciuta la sussistenza di un diritto all’animale domestico quale diritto essenziale della persona, stante la capacità del rapporto uomo-animale di promuovere il benessere individuale e l’armonioso sviluppo della personalità, al pari di un rapporto familiare o di intensa ed intima amicizia, e la sua valenza costituzionale in virtù della sua riconducibilità all’art. 2 (anche in conseguenza del suo riconoscimento in trattati e convenzioni internazionali),

l’incomprimibilità di tale diritto ad opera del contratto di locazione discende direttamente dall’applicazione degli artt. 1322 e 1418 comma primo c.c.

Al riguardo, la Suprema Corte (v. Cass. 19.6.2009 n. 14343) ha affermato, giusto in termini con la questione qui dibattuta, che “i controlli insiti nell'ordinamento positivo relativi all'esplicazione dell'autonomia negoziale, coincidenti con la meritevolezza di tutela degli interessi regolati convenzionalmente e con la liceità della causa, devono essere in ogni caso parametrati ai superiori valori costituzionali previsti a garanzia degli specifici interessi, ivi compreso quello contemplato dall'art. 2 Cost. (che tutela i diritti involabili dell'uomo e impone l'adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà)”, giungendo così a dichiarare la nullità di un contratto di locazione nel quale, oltre alla previsione del divieto di sublocazione (consentito), era contenuto il riferimento al divieto di ospitalità non temporanea di persone estranee al nucleo familiare anagrafico, ritenendo tale previsione confliggente con “l'adempimento dei doveri di solidarietà, che si può manifestare attraverso l'ospitalità offerta per venire incontro ad altrui difficoltà, oltre che con la tutela dei rapporti sia all'interno della famiglia fondata sul matrimonio sia di una convivenza di fatto tutelata in quanto formazione sociale, o con l'esplicazione di rapporti di amicizia”.

Ebbene, sviluppando tale ragionamento, appare chiaro come, tanto nell’ottica solidaristica di offrire protezione all’animale (esigenza particolarmente evidente nel caso in cui l’inquilino, già soggetto al divieto, trovi un animale in difficoltà ed intenda aiutarlo ed ospitarlo), quanto in quella di essenzialità del diritto all’animale d’affezione, la clausola proibitiva debba essere dichiarata nulla.

All’inefficacia assoluta della clausola affetta da nullità consegue, evidentemente, la liceità della detenzione e l’impossibilità di qualificare la stessa in termini di inadempimento contrattuale, con l’ulteriore conseguenza dell’infondatezza di un’eventuale azione risolutoria e/o risarcitoria.

Ciò non significa, ovviamente, che ove in concreto l’animale causi dei danni (si pensi soprattutto al caso della locazione di immobile ammobiliato) il suo proprietario o detentore non ne debba rispondere, ma solo che la mera presenza dell’animale non può essere ritenuta illecita a priori, costituendo, invece, espressione di un diritto fondamentale della persona.

Giulia Conte

Giudice del Tribunale di Grosseto

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Premetto che non ho nulla contro gli animali in casa, ma quello che dicevo io era un po differente da una clausola di divieto nel contratto, ovvero alla 1° visita dell'appartamento chiedo alla persona se ha degli animali o ha intenzione di averne, se dice di no mi va bene, se invece dice di si, le dico che mi spiace ma non intendo stipulare il contratto oppure le sparo un affitto talmente alto che rifiuterà la locazione.

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Salve,

le consiglio di leggere questa consulenza:

 

Animali in condominio, ammessi o no?

 

Non posso che quotare quanto detto da Tullio Ts, nessuno obbliga a stipulare un contratto. Il locatore è proprietario del bene, il suo potere è totale e libero, può decidere di stipulare il contratto oppure no, anche per le ragioni più illogiche.

 

Cordiali saluti.

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Aggiungo un estratto da;

http://www.resapubblica.it/diritto-e-diritti/via-libera-agli-animali-condominio-stop-ai-divieti-regolamentari/

 

A questo punto devono ritenersi nulle per legge tutte le disposizioni regolamentari volte a limitare o impedire ai proprietari il possesso di animali domestici di qualsiasi genere o razza. La portata di questa riforma è rilevante se pensiamo che la metà delle famiglie italiane, il 55,3%, ha in casa uno o più animali domestici, l’animale più diffuso nelle case degli italiani è il cane, presente nelle dimore del 55,6% degli italiani, seguito dal gatto (49,7%), dai pesci (9,7%), dai volatili (9%), dalle tartarughe (7,9%), dai conigli (5,3%), dai criceti (4,6%), dai rettili (1,1%), fino ad arrivare agli animali esotici (0,8%) (Fonte Eurispes 2013).

Discorso diverso per chi vive in affitto, infatti il locatore dell’ immobile potrebbe predisporre un’apposita clausola nel contratto di locazione, con cui vieta la detenzione di animali all’ interno dell’ appartamento. Detta clausola, una volta sottoscritto il contratto, deve considerarsi valida e vincolante in forza dell’autonomia contrattuale delle parti e, quindi, il conduttore è obbligato a rispettarla, pena l’ allontanamento dell’ animale tramite provvedimento giudiziale.

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Aggiungo un estratto da;

http://www.resapubblica.it/diritto-e-diritti/via-libera-agli-animali-condominio-stop-ai-divieti-regolamentari/

 

A questo punto devono ritenersi nulle per legge tutte le disposizioni regolamentari volte a limitare o impedire ai proprietari il possesso di animali domestici di qualsiasi genere o razza. La portata di questa riforma è rilevante se pensiamo che la metà delle famiglie italiane, il 55,3%, ha in casa uno o più animali domestici, l’animale più diffuso nelle case degli italiani è il cane, presente nelle dimore del 55,6% degli italiani, seguito dal gatto (49,7%), dai pesci (9,7%), dai volatili (9%), dalle tartarughe (7,9%), dai conigli (5,3%), dai criceti (4,6%), dai rettili (1,1%), fino ad arrivare agli animali esotici (0,8%) (Fonte Eurispes 2013).

Discorso diverso per chi vive in affitto, infatti il locatore dell’ immobile potrebbe predisporre un’apposita clausola nel contratto di locazione, con cui vieta la detenzione di animali all’ interno dell’ appartamento. Detta clausola, una volta sottoscritto il contratto, deve considerarsi valida e vincolante in forza dell’autonomia contrattuale delle parti e, quindi, il conduttore è obbligato a rispettarla, pena l’ allontanamento dell’ animale tramite provvedimento giudiziale.

Questo è un esempio di contrapposizione di leggi e di norme anche in merito a quello da me pubblicato precedentemente.

Infatti il fatto che un soggetto fosse in affitto e trovasse un cucciolo di cane randagio malconcio e ritenesse che per salvaguardarlo da pericoli decidesse di portarselo a casa nonostante che il suo contratto preveda una clausola che ne vieta l'ingresso ( non il possesso che altra cosa) e si affezioni ad esso e decidesse di tenerlo, la suddetta clausola da come precedentemente relazionato, in caso di citazione in giudizio con l'orientamento giurisprudenziale che via via si sta rafforzando potrebbe quasi sicuramente essere considerata nulla.

 

Concordo pienamente che il proprietario può disporre del suo bene come meglio crede fino a quando è suo..... ma una volta locato un immobile, con regolare contratto, dovrà attenersi ai diritti e doveri come anche chi subentra in affitto che la legge impone per salvaguardare il diritto di entrambi e mettere in conto che potrebbero sopraggiungere spiacevoli "incidenti di percorso" sui quali non sempre ne si esce vittoriosi, altrimenti non lo affitta e rinuncia ad una fonte di reddito.

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Concordo pienamente che il proprietario può disporre del suo bene come meglio crede fino a quando è suo..... ma una volta locato un immobile' date=' con regolare contratto, dovrà attenersi ai diritti e doveri come anche chi subentra in affitto che la legge impone per salvaguardare il diritto di entrambi e mettere in conto che potrebbero sopraggiungere spiacevoli "incidenti di percorso" sui quali non sempre ne si esce vittoriosi, altrimenti non lo affitta e rinuncia ad una fonte di reddito.[/quote']Il contratto d'affitto è un accordo tra due persone cui il condominio non c'entra assolutamente nulla, come ben spiegato nell'allegato del post #7

Ti faccio un esempio pratico, un appartamento nello stabile dove abito è stato locato contrattualmente con il divieto di fumo all'interno, per cui può essere valido anche il divieto di animali, perchè il proprietario dell'appartamento non li vuole, ovvero l'inquilino è libero di firmare oppure cercare un altro appartamento dove non vige questo vincolo.

Inoltre nessuna norma di legge impone a chi trova un randagio a portarselo a casa, avrebbe ben fatto se lo portava al canile pubblico.

Il proprietario non credo rinuncerà alla fonte di reddito, ma cercherà un conduttore che accetti il vincolo.

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Il contratto d'affitto è un accordo tra due persone cui il condominio non c'entra assolutamente nulla, come ben spiegato nell'allegato del post #7

Ti faccio un esempio pratico, un appartamento nello stabile dove abito è stato locato contrattualmente con il divieto di fumo all'interno, per cui può essere valido anche il divieto di animali, perchè il proprietario dell'appartamento non li vuole, ovvero l'inquilino è libero di firmare oppure cercare un altro appartamento dove non vige questo vincolo.

Nel tuo post 7 riporti correttamente un interpretazione pubblicata su repubblica, che anche se autorevole, sempre un interpretazione rimane, come quella da me riportata del giudice del tribunale di Grosseto che in merito ai contratti di locazione che prevedano tali divieti da un interpretazione totalmente opposta.

Purtroppo molte delle clausole che si inseriscono nei contratti e che limitino i diritti di chi li sottoscrive vengono considerate in caso di giudizio "vessatorie" e quindi rese nulle.

Per mia esperienza ho potuto notare che in tema di animali i tribunali sono molto "sensibili" nelle loro pronunciazioni di sentenze che li riguardano.

Concludo affermando che, a mio avviso, che ad oggi se in un contratto d'affitto si inserisca una clausola di divieto di detenere animali la stessa se verrà successivamente impugnata quasi sicuramente per non dire certamente sarà considerata nulla.

Corretto che si può portare il randagio in canile ma anche portarselo dietro, ognuno decide in base alla sua sensibilità e non per una clausola contrattuale che "potrebbe" ripeto "potrebbe" essere invalidata in qualsivoglia momento la si impugni.

Ripeto è un mio parere e quindi non metto in dubbio quello che tu dica e che non sia corretto, al contrario potresti aver più ragione tu che io..... sono solo punti di vista..... 🙂

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Concludo affermando che' date=' a mio avviso, che ad oggi se in un contratto d'affitto si inserisca una clausola di divieto di detenere animali la stessa se verrà successivamente impugnata quasi sicuramente per non dire certamente sarà considerata nulla.[/quote']Sono d'accordo, l'unico che possa esprimere una decisione è il Giudice che valuterà le due diverse opinioni, ovvero il proprietario può vietare per contratto di detenere animali domestici in casa sua, ceduta in affitto oppure no?

Non credo sia vessatoria e se lo fosse, alla prima occasione immagino che l'inquilino riceverà lo sfratto.

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Poco ma sicuro che il proprietario non se la tenga......

In merito alla nullità della clausola ti riporto l'estratto del giudice di Grosseto:

 

Al riguardo, la Suprema Corte (v. Cass. 19.6.2009 n. 14343) ha affermato, giusto in termini con la questione qui dibattuta, che “i controlli insiti nell'ordinamento positivo relativi all'esplicazione dell'autonomia negoziale, coincidenti con la meritevolezza di tutela degli interessi regolati convenzionalmente e con la liceità della causa, devono essere in ogni caso parametrati ai superiori valori costituzionali previsti a garanzia degli specifici interessi, ivi compreso quello contemplato dall'art. 2 Cost. (che tutela i diritti inviolabili dell'uomo e impone l'adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà)”, giungendo così a dichiarare la nullità di un contratto di locazione nel quale, oltre alla previsione del divieto di sublocazione (consentito), era contenuto il riferimento al divieto di ospitalità non temporanea di persone estranee al nucleo familiare anagrafico, ritenendo tale previsione confliggente con “l'adempimento dei doveri di solidarietà, che si può manifestare attraverso l'ospitalità offerta per venire incontro ad altrui difficoltà, oltre che con la tutela dei rapporti sia all'interno della famiglia fondata sul matrimonio sia di una convivenza di fatto tutelata in quanto formazione sociale, o con l'esplicazione di rapporti di amicizia”.

Ebbene, sviluppando tale ragionamento, appare chiaro come, tanto nell’ottica solidaristica di offrire protezione all’animale (esigenza particolarmente evidente nel caso in cui l’inquilino, già soggetto al divieto, trovi un animale in difficoltà ed intenda aiutarlo ed ospitarlo), quanto in quella di essenzialità del diritto all’animale d’affezione, la clausola proibitiva debba essere dichiarata nulla.

All’inefficacia assoluta della clausola affetta da nullità consegue, evidentemente, la liceità della detenzione e l’impossibilità di qualificare la stessa in termini di inadempimento contrattuale, con l’ulteriore conseguenza dell’infondatezza di un’eventuale azione risolutoria e/o risarcitoria.

 

in considerazione da ciò letto che ritengo la clausola di divieto di detenere animali sia da considerare vessatoria.

E come sempre concordo con te che la decisione della nullità o meno spetta al giudice e non a me, che al massimo posso solo supporre.

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Il Giudice di Grosseto, secondo il mio parere, ha parificato la necessità di ospitare persone in difficoltà, ovvero che non sanno dove andare con gli animali randagi trovati per strada, ovvero se si tratta di persone bisognose che non hanno nessuna sistemazione potrei capire, però per un cagnolino c'è la possibilità di "locazione" nel canile pubblico.

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Il Giudice di Grosseto, secondo il mio parere, ha parificato la necessità di ospitare persone in difficoltà, ovvero che non sanno dove andare con gli animali randagi trovati per strada, ovvero se si tratta di persone bisognose che non hanno nessuna sistemazione potrei capire, però per un cagnolino c'è la possibilità di "locazione" nel canile pubblico.

Hai perfettamente ragione ed hai centrato il punto, come sempre del resto. E' un giudice che lo si condivida oppure no che lo afferma e purtroppo sono loro ad emette sentenze...... ecco perché sono propenso a ritenere che la clausola in questione possa essere "facilmente" resa nulla da qualche suo collega.

 

P.s.: nell'ordinamento di leggi che abbiamo sono più tutelati gli animali che le persone perché ritenuti la parte debole........ e non è solo un modo di dire.

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Hai perfettamente ragione ed hai centrato il punto' date=' come sempre del resto. E' un giudice che lo si condivida oppure no che lo afferma e purtroppo sono loro ad emette sentenze...... ecco perché sono propenso a ritenere che la clausola in questione possa essere "facilmente" resa nulla da qualche suo collega.

 

P.s.: nell'ordinamento di leggi che abbiamo sono più tutelati gli animali che le persone perché ritenuti la parte debole........ e non è solo un modo di dire.

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Citazione - parte 2

 

Animali da compagnia banditi dal contratto di locazione: la clausola è nulla.

 

Ciò impone una più ampia riflessione circa la portata del divieto; specificamente' date=' impone di valutare la validità, o non, di quelle clausole contrattuali, limitative del diritto di detenere animali da compagnia, inserite in un contratto di locazione (o di usufrutto).

Al riguardo, ci si deve chiedere, in primo luogo, se partendo dall’art. 1138 c.c. novellato ricorrano i presupposti per operare una cd. analogia legis; presupposti che, notoriamente, sono tre: a) il caso in questione non deve essere previsto da alcuna norma; b) devono ravvisarsi somiglianze tra la fattispecie disciplinata dalla legge e quella non prevista; c) il rapporto di somiglianza deve concernere gli elementi della fattispecie nei quali si ravvisa la giustificazione della disciplina dettata dal legislatore (eadem ratio).

A prima vista, ostacoli al procedimento analogico potrebbero essere ravvisati intanto nel fatto che secondo l’orientamento tradizionale ex art. 14 preleggi non sarebbe consentita l’interpretazione

analogica delle norme proibitive; inoltre, si potrebbe obiettare che la limitazione imposta al proprietario e vietata dall’art. 1138 c.c. non potrebbe essere assimilata alla limitazione imposta a chi sia titolare di un mero diritto di godimento sull’abitazione.

Tuttavia, approfondendo il ragionamento, si rileva come la ratio dell’art. 1138 c.c. non sia affatto incentrata sul diritto di proprietà sull’immobile, bensì sul diritto all’animale da affezione, diritto che rimane identico a prescindere dal titolo di godimento dell’appartamento. Anzi, nel caso della locazione appare più evidente la posizione sperequata tra i due contraenti, locatore e conduttore, rispetto al caso della compravendita immobiliare (di un appartamento sul quale un regolamento contrattuale avesse imposto una servitù impeditiva del diritto di detenere animali domestici), come testimonia tutta la normativa di protezione dell’inquilino apprestata nel corso degli anni, cosicché tutelare il proprietario per poi lasciare privo di tutela il conduttore non parrebbe giustificabile in alcun modo.

Quanto al divieto d’interpretare analogicamente una norma proibitiva, si deve dubitare del fatto che esso abbia un effettivo fondamento normativo. Da un canto, è ormai superata la concezione che vedeva le norme imperative in genere come norme eccezionali (basti pensare a tutta quella giurisprudenza sull’art. 41 sexies della legge urbanistica, volta a conferire alla norma la più ampia portata applicativa, idonea ad inficiare la validità della clausola difforme contenuta tanto in contratti ad efficacia reale quanto in contratti ad efficacia obbligatoria quale la locazione; v. Cass. 3.10.2005 n. 19308; 21.7.2007 n. 16172); dall’altro, l’unica limitazione alla possibilità d’analogia è prevista dall’art. 14 preleggi per il caso, ben diverso da quello in esame, delle norme penali (per le quali il divieto ha peraltro portata costituzionale ex art. 25 cost.). Dal punto di vista sistematico, poi, è evidente come anche una proibizione possa essere espressione di un principio generale.

Tuttavia, è proprio partendo da quest’ultima considerazione, ovvero dall’affermazione della sussistenza nel nostro ordinamento di un principio generale, di cui lo stesso art. 1138 c.c. è una delle possibili espressioni, che emerge come la soluzione più adeguata al problema in oggetto debba discendere, più che da una controversa applicazione analogica della norma dettata in tema di rapporti condominiali, dalla diretta applicazione del principio generale.

Invero, una volta riconosciuta la sussistenza di un diritto all’animale domestico quale diritto essenziale della persona, stante la capacità del rapporto uomo-animale di promuovere il benessere individuale e l’armonioso sviluppo della personalità, al pari di un rapporto familiare o di intensa ed intima amicizia, e la sua valenza costituzionale in virtù della sua riconducibilità all’art. 2 (anche in conseguenza del suo riconoscimento in trattati e convenzioni internazionali),

l’incomprimibilità di tale diritto ad opera del contratto di locazione discende direttamente dall’applicazione degli artt. 1322 e 1418 comma primo c.c.

Al riguardo, la Suprema Corte (v. Cass. 19.6.2009 n. 14343) ha affermato, giusto in termini con la questione qui dibattuta, che “i controlli insiti nell'ordinamento positivo relativi all'esplicazione dell'autonomia negoziale, coincidenti con la meritevolezza di tutela degli interessi regolati convenzionalmente e con la liceità della causa, devono essere in ogni caso parametrati ai superiori valori costituzionali previsti a garanzia degli specifici interessi, ivi compreso quello contemplato dall'art. 2 Cost. (che tutela i diritti involabili dell'uomo e impone l'adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà)”, giungendo così a dichiarare la nullità di un contratto di locazione nel quale, oltre alla previsione del divieto di sublocazione (consentito), era contenuto il riferimento al divieto di ospitalità non temporanea di persone estranee al nucleo familiare anagrafico, ritenendo tale previsione confliggente con “l'adempimento dei doveri di solidarietà, che si può manifestare attraverso l'ospitalità offerta per venire incontro ad altrui difficoltà, oltre che con la tutela dei rapporti sia all'interno della famiglia fondata sul matrimonio sia di una convivenza di fatto tutelata in quanto formazione sociale, o con l'esplicazione di rapporti di amicizia”.

[b']Ebbene, sviluppando tale ragionamento, appare chiaro come, tanto nell’ottica solidaristica di offrire protezione all’animale (esigenza particolarmente evidente nel caso in cui l’inquilino, già soggetto al divieto, trovi un animale in difficoltà ed intenda aiutarlo ed ospitarlo), quanto in quella di essenzialità del diritto all’animale d’affezione, la clausola proibitiva debba essere dichiarata nulla.[/b]

All’inefficacia assoluta della clausola affetta da nullità consegue, evidentemente, la liceità della detenzione e l’impossibilità di qualificare la stessa in termini di inadempimento contrattuale, con l’ulteriore conseguenza dell’infondatezza di un’eventuale azione risolutoria e/o risarcitoria.

Ciò non significa, ovviamente, che ove in concreto l’animale causi dei danni (si pensi soprattutto al caso della locazione di immobile ammobiliato) il suo proprietario o detentore non ne debba rispondere, ma solo che la mera presenza dell’animale non può essere ritenuta illecita a priori, costituendo, invece, espressione di un diritto fondamentale della persona.

Giulia Conte

Giudice del Tribunale di Grosseto

se ho ben capito, i miei docenti sbagliano ad affermare che se io stipulo un contratto di locazione accettando ogni sua clausola, mi vincolo anche a rispettarle. Mi pare illogico a questo punto accettare un qualunque contratto d'affitto dove mi si impedisca qualcosa. A questo punto, la mia amica che ha il divieto di fumare in casa lo può tranquillamente fare (rendendo neri i muri, vista la sua esagerata dipendenza).

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se ho ben capito, i miei docenti sbagliano ad affermare che se io stipulo un contratto di locazione accettando ogni sua clausola, mi vincolo anche a rispettarle. Mi pare illogico a questo punto accettare un qualunque contratto d'affitto dove mi si impedisca qualcosa. A questo punto, la mia amica che ha il divieto di fumare in casa lo può tranquillamente fare (rendendo neri i muri, vista la sua esagerata dipendenza).

Mai sentito parlare di clausole vessatorie ?

 

Comunque restando in tema proponi questo quesito ai tuoi docenti allegando quanto relazionato dal giudice di Grosseto e facci sapere qual'è il loro punto di vista in merito a ciò.........che di sicuro sarà interessante.

 

P.s.: non sono dottoressa e neanche dovrei dire dottore.

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E' molto difficile valutare una clausola vessatoria per i non addetti al lavoro, copio ed incollo parte dell'articolo, comunque pare che, se sono oggetto di trattativa individuale, quindi a parer mio il contratto di locazione rientra nella categoria, dovrebbero essere valide e non vessatorie;

 

art. 33 del d.lg. n. 206/2005

...

Non rientrano, altresì, tra le clausole vessatorie, le condizioni che riproducono disposizioni di legge o norme e principi contenuti in convenzioni internazionali delle quali siano parti contraenti gli Stati membri dell'Unione Europea (art. 34).

Valgono ad escludere, inoltre, la vessatorietà, le eventuali trattative tra le parti.

L'art. 34 sancisce, infatti, che "non sono vessatorie le clausole o gli elementi di clausola che siano stati oggetto di trattativa individuale".

Tuttavia, il punto 2 dell'art. 36, in deroga alla suddetta disposizione, indica tassativamente affette da nullità, ancorchè oggetto di trattativa, le seguenti tre clausole, aventi per oggetto o per effetto di: "a)escludere o limitare la responsabilità del professionista in caso di morte o danno alla persona del consumatore, risultante da un fatto o da un'omissione del professionista; b) escludere o limitare le azioni del consumatore nei confronti del professionista o di un'altra parte in caso di inadempimento totale o parziale o di adempimento inesatto da parte del professionista; c) prevedere l'adesione del consumatore come estesa a clausole che non ha avuto, di fatto, la possibilità di conoscere prima della conclusione del contratto".

Fonte: StudioCataldi.it

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A prescindere dalla vessatorietà della clausola, firmato un contratto di locazione con vincoli espliciti, il conduttore dovrà poi comunque rivolgersi ad un Giudice: credo che su questo punto non ci siano dubbi.

 

Che, di fatto, è come dire che la clausola non è ritenuta vessatoria da chi appone la sua firma nel contratto di locazione: ergo... chi accetta ben determinati vincoli sottoscrivendoli, è poi improbabile che si rivolgerà ad un Giudice per farseli disconoscere.

Per un conduttore è più pratico ed economicamente più conveniente non sottoscrivere da subito la locazione con quei vincoli e molto più semplice ed immediato rivolgere il suo sguardo altrove.

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Perfetto Albano59, oltre quello che hai giustamente scritto, ho trovato il Decreto Legislativo 6 settembre 2005 n. 206, così non ci saranno più dubbi.

 

Art. 34.

Accertamento della vessatorietà delle clausole

1. La vessatorietà di una clausola e' valutata tenendo conto della natura del bene o del servizio oggetto del contratto e facendo riferimento alle circostanze esistenti al momento della sua conclusione ed alle altre clausole del contratto medesimo o di un altro collegato o da cui dipende.

2. La valutazione del carattere vessatorio della clausola non attiene alla determinazione dell'oggetto del contratto, ne' all'adeguatezza del corrispettivo dei beni e dei servizi, purche' tali elementi siano individuati in modo chiaro e comprensibile.

3. Non sono vessatorie le clausole che riproducono disposizioni di legge ovvero che siano riproduttive di disposizioni o attuative di principi contenuti in convenzioni internazionali delle quali siano parti contraenti tutti gli Stati membri dell'Unione europea o l'Unione europea.

4. Non sono vessatorie le clausole o gli elementi di clausola che siano stati oggetto di trattativa individuale.

5. Nel contratto concluso mediante sottoscrizione di moduli o formulari predisposti per disciplinare in maniera uniforme determinati rapporti contrattuali, incombe sul professionista l'onere di provare che le clausole, o gli elementi di clausola, malgrado siano dal medesimo unilateralmente predisposti, siano stati oggetto di specifica trattativa con il consumatore.

http://www.camera.it/parlam/leggi/deleghe/05206dl.htm

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sisis mi riferivo alla dottoressa del tribunale ^_^ il cellulare mi ha mangiato un pezzo del titolo

il mio prof di diritto privato odia ricevere domande e poi purtroppo non ho più accesso all'università. Certamente conosco le clausole vessatorie, ma trovo un po' esagerato considerare un simili divieto come tale, anzi l'obbligare il proprietario ad accettare mi pare decisamente più vessatorio

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sisis mi riferivo alla dottoressa del tribunale ^_^ il cellulare mi ha mangiato un pezzo del titolo

il mio prof di diritto privato odia ricevere domande e poi purtroppo non ho più accesso all'università. Certamente conosco le clausole vessatorie, ma trovo un po' esagerato considerare un simili divieto come tale, anzi l'obbligare il proprietario ad accettare mi pare decisamente più vessatorio

Non è il proprietario ad accettare la clausola, ma l'inverso, è lui che la propone e la inserisce nel contratto e lo sottopone all'inquilino, questo topo aver letto bene il contratto e sottoscritto la clausola e contratto, accetta. Ovvero la clausola è stato oggetto di trattativa tra le parti.

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