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Facciata di colore diverso? L'impresa non è responsabile

L'appaltatore non deve pagare il risarcimento se la differenza di colorazione della facciata condominiale è impercettibile a occhio nudo
Avv. Mariano Acquaviva Avv. Mariano Acquaviva 

Società appaltatrice e condominio, l'un contro l'altro armati. È questa la sintesi "manzoniana" della vicenda sottoposta al Tribunale di Napoli (sent. n. 4324 del 3 maggio 2022), in cui la ditta che aveva eseguito i lavori di ordinaria e straordinaria manutenzione delle facciate del fabbricato ingiungeva alla compagine di pagare il prezzo degli stessi mentre il condominio, a propria volta, chiedeva in via riconvenzionale il pagamento dei danni patiti sia per la difformità delle opere che per le diverse battute d'arresto subite dai lavori nel corso degli anni.

Con il presente articolo ci soffermeremo su una questione particolare: quella relativo alla discromia delle facciate del fabbricato. Secondo il condominio, infatti, una delle colpe dell'appaltatore era stato quella di aver pitturato una delle facciate di una colorazione diversa, ledendo così il decoro architettonico dell'edificio. Ma sul punto il Tribunale di Napoli non è d'accordo. Scopriamo insieme perché l'impresa non è responsabile se la facciate è di colore diverso.

Facciata di colore diverso: il caso

Tutto nasce dalle opposizioni che il condominio proponeva avverso diversi decreti ingiuntivi notificati dalla società appaltatrice per ottenere il pagamento dei lavori effettuati ma non retribuiti.

Contro i decreti monitori il condominio si difendeva non solo contestando gli importi, ma anche chiedendo a propria volta il risarcimento dei danni derivanti dalla difformità delle opere a quanto pattuito. Tra le lamentele ve n'era una particolare, che è poi quella che dà il titolo al presente contributo: secondo la compagine, l'impresa avrebbe pitturato una delle facciate di un colore diverso rispetto alle altre. Tale condotta avrebbe quindi provocato un danno all'estetica condominiale.

Contenuto della garanzia per i difetti dell'opera appaltata

Il Tribunale di Napoli, con la sentenza n. 4324 del 3 maggio 2022 in commento, chiarisce innanzitutto la portata dell'art. 1668 cod. civ. riguardante la garanzia per i difetti dell'opera oggetto d'appalto.

Così testualmente la norma appena citata: «Il committente può chiedere che le difformità o i vizi siano eliminati a spese dell'appaltatore, oppure che il prezzo sia proporzionalmente diminuito, salvo il risarcimento del danno nel caso di colpa dell'appaltatore. Se però le difformità o i vizi dell'opera sono tali da renderla del tutto inadatta alla sua destinazione, il committente può chiedere la risoluzione del contratto».

Secondo il tribunale partenopeo, qualora l'inadempimento dell'appaltatore si concretizzi in vizi o difformità dell'opera, i rimedi accordati al committente dalla norma speciale dell'art. 1668 cod. civ. prevalgono sulle regole generali dell'art. 1453 cod. civ. a proposito della risoluzione del contratto.

Ai sensi dell'art. 1668 cod. civ., se il committente medesimo opta per l'eliminazione dei vizi a cura e spese dell'appaltatore, anziché per la riduzione del prezzo, l'azione risarcitoria resta utilizzabile solo in via integrativa, per il pregiudizio che non sia eliminabile attraverso tale nuovo intervento dell'appaltatore (cfr. Cass. 27.2.1988, n. 2073).

I rimedi prefigurati all'art. 1668, primo comma, c.c., hanno anch'essi natura e valenza di strumenti di riparazione, sicché devono soggiacere anch'essi alle regole in materia di risarcimento del danno e, in particolare, al principio per cui il risarcimento per inadempienza contrattuale deve ristabilire l'equilibrio economico turbato, mettendo il creditore nella stessa situazione economica nella quale si sarebbe trovato se il fatto illecito (costituito dall'inadempienza) non si fosse verificato.

In pratica, la somma liquidata a titolo di risarcimento deve essere equivalente all'effettivo valore dell'utilità perduta.

In materia di appalto la Suprema Corte ha quindi ravvisato quale precipitato logico di tale principio l'insegnamento per cui «allorché si esperiscono i rimedi riparatori di cui all'art. 1668, l° co., c.c. il committente deve conseguire la medesima utilità economica che avrebbe ottenuto se l'inadempimento della appaltatore non si fosse verificato, utilità puntualmente correlata, nei rigorosi limiti del valore dell'opera o del servizio oggetto del contratto, al quantum necessario per l'eliminazione dei vizi e delle difformità che l'opera o il servizio prefigurati in contratto abbiano palesato ovvero al quantum monetario per cui gli stessi vizi e difformità incidano sull'ammontare del corrispettivo in danaro pattuito; giammai invero i rimedi ex art. 1668, 1° co., c.c. possono risolversi nell'acquisizione di un'utilità economica eccedente i termini anzidetti» (Cass. n. 4161/2015).

La medesima regola va applicata anche ove il committente, in caso di vizi dell'opera appaltata, intenda avvalersi del solo risarcimento del danno quale rimedio alternativo ed autonomo rispetto alle tutele (riduzione del prezzo e risoluzione) approntate a favore del committente dall'art. 1668 cod. civ., normalmente consistente nel ristoro delle spese sopportate dall'appaltante per provvedere, a cura di terzi, ai lavori ripristinatori.

Facciata di colore diverso: c'è risarcimento danni?

Chiarito in diritto la portata della garanzia per difetti dell'opera, il Tribunale di Napoli ha ritenuto opportuno nominare un Ctu al fine di accertare la sussistenza dei vizi delle opere e quantificare i costi per l'eliminazione degli stessi.

Orbene, dall'elaborato peritale, è emerso che il difetto, denunciato dal condominio, relativo alla discromia della facciata prospiciente il viale, è irrilevante.

Invero, per quanto la sussistenza di tale difetto sia stata riconosciuta dalla società appaltatrice, sin dagli atti di costituzione in giudizio, quale difetto di esecuzione dei lavori di pitturazione (avendo la stessa peraltro anche offerto sin da subito di provvedere al relativo rifacimento), deve rilevarsi che la differenza di colorazione della facciata condominiale in questione risulta, come constatato dal Ctu attraverso esame ed ispezione visiva dei luoghi di causa, del tutto impercettibile ad occhio nudo. Ciò perché il tempo trascorso ha modificato la colorazione, rendendo oramai invisibile, e quindi irrilevante, il primigenio errore di lavorazione.

Considerato, pertanto, che il danno di cui si è chiesto il risarcimento è quello del costo da sopportare dall'appaltante per provvedere, a cura di terzi, ai lavori ripristinatori, mentre alcuna richiesta è stata avanzata per il ristoro di eventuali conseguenze pregiudizievoli derivate, medio tempore, dal vizio (si pensi ad una menomazione del valore di mercato degli appartamenti), non può che ritenersi che in detti termini alcun danno sia risarcibile, tenuto conto dei principi innanzi espressi circa la necessaria proporzionalità che deve essere osservata tra l'oggetto dell'appalto e danno risarcibile, la cui liquidazione non può quindi riguardare che i costi per gli interventi che risultino necessari all'eliminazione del vizio.

Sentenza
Scarica Trib. Napoli 3 maggio 2022 n. 4324

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