Condominio Web: Il portale N.1 sul condominio
110815 utenti
Registrati
Il portale N.1 sul Condominio
Uso illegittimo della cosa comune. Eliminazione di tale uso. Condizioni e limiti.
Problema condominiale? Inviaci un quesito

Uso illegittimo della cosa comune. Eliminazione di tale uso. Condizioni e limiti.

Diritto di usare la cosa comune nel modo che egli ritiene più consono alle proprie esigenze, pur nel rispetto di determinati limiti. Uso Illegittimo

Avv. Alessandro Gallucci  

Ai sensi dell’art. 1102, primo comma, c.c.:

Ciascun partecipante può servirsi della cosa comune, purché non ne alteri la destinazione e non impedisca agli altri partecipanti di farne parimenti uso secondo il loro diritto. A tal fine può apportare a proprie spese le modificazioni necessarie per il migliore godimento della cosa”.

Con questa norma, dettata in materia di comunione, ma applicabile anche al condominio negli edifici in virtù del richiamo contenuto nell’art. 1139 c.c., il legislatore ha inteso riconoscere ad ogni comproprietario il diritto di usare la cosa comune nel modo che egli ritiene più consono alle proprie esigenze, pur nel rispetto di determinati limiti.

Il condomino che si ritenga leso dall’utilizzo della cosa comune fatta da un proprio vicino, può rivolgersi al giudice per ottenere la cessazione di quella condotta e l’eventuale risarcimento del danno.

Che cosa accade se, al posto di adire l’autorità giudiziaria, il condomino decide di provvedere autonomamente a far cessare la condotta ipoteticamente illegittima?

Il rischio, concreto, laddove la questione fosse portata all’attenzione della magistratura, è di vedersi indagato per il reato di esercizio arbitrario delle le proprie ragioni mediante violenza sulle cose.

Una recente pronuncia della Suprema Corte di Cassazione, la n. 2548 del 21 gennaio 2010, precisa in modo chiaro e puntuale quando si potrà prefigurare una condotta penalmente rilevante e quando, invece, l’azione in autotutela debba ritenersi legittima.

La fattispecie di reato è prevista e punita dall’art. 392 c.p. che recita:

Chiunque, al fine di esercitare un preteso diritto, potendo ricorrere al giudice, si fa arbitrariamente ragione da sé medesimo, mediante violenza sulle cose, è punito a querela della persona offesa, con la multa fino a euro 516.

Agli effetti della legge penale, si ha violenza sulle cose allorché la cosa viene danneggiata o trasformata, o ne è mutata la destinazione.

Si ha, altresì, violenza sulle cose allorché un programma informatico viene alterato, modificato o cancellato in tutto o in parte ovvero viene impedito o turbato il funzionamento di un sistema informatico o telematico”.

Tralasciando l’ultimo comma, che non attiene a condotte relative all’uso di una cosa condominiale, vale la pena soffermarsi sui primi due commi.

Secondo tali disposizioni, qualunque persona che, agendo al fine di far valere un proprio pretesto diritto, al posto di rivolgersi all’autorità giudiziaria, si faccia giustizia da sé è punibile a querela della persona offesa. In sostanza per poter attivare l’indagine è necessario che il soggetto che ha subito l’azione altrui sporga formale querela.

Nel caso sotteso alla sentenza n. 2548/10 un condomino aveva delimitato il proprio spazio di sosta nell’area di parcheggio comune con dei paletti e delle catene.,

Un altro comproprietario, di propria iniziativa, aveva reciso e rimosso tali oggetti.

Vistosi denunciato ed in seguito imputato per il reato di cui all’art. 392 del codice penale, il condomino giustificava la propria condotta asserendo che, diversamente, gli sarebbe risultato impossibile utilizzare una parte comune.

Giunti al giudizio di Cassazione, il Supremo Collegio ha avuto modo di sottolineare che “la difesa privata di un proprio diritto di possesso, anche con il ricorso all'uso di una violenza reale, è consentito a chi subisca un fatto vanificante tale diritto (spoglio), allorché l'azione reattiva (autodifesa) segua senza soluzione temporale nell'attualità e nell'immediatezza l'azione lesiva del contraddittore […], atteso che - in difetto di un'immediata azione di autotutela - il soggetto interessato danneggiato dall'azione di spoglio, può proteggere e tutelare la propria posizione di diritto soltanto richiedendo al giudice una non tempestiva tutela possessoria di carattere interinale e cautelare.

Di tal che è necessario verificare se realmente l'azione reattiva dell'imputato rispetto all'azione perturbatrice del condomino M. fosse evitabile e davvero consentisse al G. di adire il giudice civile a tutela delle proprie ragioni per evitare il prodursi e il protrarsi di una situazione attuale di danno, senza vedere - invece - definitivamente pregiudicata la titolarità del proprio diritto soggettivo.

La verifica della sussistenza di tali condizioni, suscettibili di ricondurre la condotta dell'imputato nell'ambito della categoria comportamentale sintetizzata nel noto principio del qui continuat non attentat (ovvero del vim vi repellere licei) e - per ciò stesso - discriminarla penalmente, implica un accertamento di una questione di fatto che è specifico compito del giudice di merito affrontare e analizzare” (così Cass, 21 gennaio 2010 n. 2548).

In sostanza, chi agisce senza rivolgersi al giudice lo può fare soltanto se la domanda giudiziaria rischi di risultare, in un certo qual modo, intempestiva rispetto al sacrificio impostogli dal comportamento illegittimo altrui.

La intempestività e, naturalmente, l’illegittima della condotta che ha scatenato la reazione sono valutazioni rimesse al giudice di merito chiamato a giudicare l’imputato.

Ciò vuol dire che, indipendentemente dalla valutazione personale della situazione concreta, l’azione in autotutela è sempre sconsigliabile in quanto, a priori, non elimina il rischio di vedersi querelato per il reato di esercizio arbitrario delle le proprie ragioni mediante violenza sulle cose.

Cerca: violenza condotta illegittimo

Commenta la notizia, interagisci...

    in evidenza

Dello stesso argomento