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Ascensori: il recesso anticipato dal contratto di manutenzione può costare caro
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Ascensori: il recesso anticipato dal contratto di manutenzione può costare caro

Non è vessatoria la clausola che preveda il pagamento di un indennizzo per cambiare anzi tempo il fornitore

Avv. Gianfranco Di Rago  

La clausola che preveda il pagamento di una somma di denaro per recedere anticipatamente dal contratto di manutenzione dell'impianto di ascensore non può essere considerata vessatoria, pur dovendosi qualificare il condominio come un consumatore.

Questo perché una pattuizione siffatta non può essere inquadrata come penale per il mancato o parziale adempimento, questa sì da considerarsi come clausola vessatoria, piuttosto come indennizzo per il recesso anticipato dal contratto, ipotesi disciplinata dall'art. 1373 c.c..

Questo l'interessante chiarimento operato dal Tribunale di Bologna con la recente sentenza n. 946, pubblicata lo scorso 14 aprile 2021.

Penale in caso di recesso anticipato dal contratto di manutenzione ascensore

Ascensore in condominio e recesso anticipato dal contratto. Il caso concreto.

Nella specie la società che aveva in manutenzione l'impianto di ascensore di un condominio aveva richiesto e ottenuto un decreto ingiuntivo per il pagamento della somma contrattualmente prevista in caso di recesso anticipato del cliente.

Il condominio, infatti, pur essendosi rinnovato il contratto di manutenzione per un ulteriore quinquennio, aveva comunicato alla società il recesso, ingaggiando una nuova impresa.

Di qui la richiesta della predetta società di procedere al pagamento dell'indennizzo contrattualmente previsto per questa ipotesi, parametrato ai mesi residui. Il condominio si era però opposto al decreto ingiuntivo, eccependo, tra le altre cose, la natura vessatoria di tale clausola, trattandosi, a suo dire, di una penale rientrante nella casistica di cui all'art. 33 del Codice del consumo e che sarebbe stata a sua volta invalida per la mancanza di una doppia sottoscrizione ai sensi degli articoli 1341 e 1342 del Codice Civile.

Il Giudice di Pace, competente per valore, aveva accolto l'opposizione presentata dal condominio, ritenendo che nella specie la clausola fosse da considerarsi vessatoria e che fosse anche da considerarsi apposta in violazione delle predette norme codicistiche sui contratti predisposti unilateralmente da una delle parti. La società opposta aveva allora prontamente impugnato la sentenza dinanzi al Tribunale.

Il condominio-consumatore.

Come ritenuto dalla prevalente giurisprudenza, il condominio deve essere equiparato a un consumatore, con l'importante conseguenza dell'applicazione della normativa di favore contenuta nel c.d. Codice del consumo di cui al D.Lgs. 205/2006 ai contratti conclusi con i fornitori dall'amministratore in nome e per conto dei condomini.

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Tale normativa, prendendo le mosse dal naturale squilibrio di potere nelle contrattazioni tra consumatori e imprese, si prefigge appunto lo scopo di ridurre questa diseguaglianza, sanzionando con la nullità quelle clausole nelle quali i diritti dei primi appaiano in qualche modo sacrificati agli interessi dei secondi.

In particolare, per quanto riguarda il caso sottoposto al Tribunale di Bologna, l'art. 33, lett. f), del Codice del consumo stabilisce la nullità, salva la prova contraria, della clausola con cui l'impresa imponga al consumatore, in caso di inadempimento o ritardo nell'adempimento, il pagamento di una somma di denaro a titolo di risarcimento, clausola penale o altro titolo equivalente di importo manifestamente eccessivo.

Inoltre in questo genere di casi, poiché i modelli contrattuali vengono generalmente precostituiti dall'impresa per un numero indeterminato di clienti, deve anche farsi applicazione della disciplina di protezione di cui agli articoli 1341 e 1342 c.c., in base ai quali sono inefficaci una serie di clausole laddove il contenuto delle stesse non sia stato oggetto di specifica contrattazione tra le parti, circostanza che deve risultare dal c.d. obbligo di doppia firma, dovendo il cliente dare atto per iscritto di avere espressamente visionato e accettato dette clausole prima della sottoscrizione dell'accordo.

La clausola penale.

Secondo l'art. 1382 c.c. la clausola penale è quella con cui le parti di un contratto abbiano stabilito che in caso di mancato o parziale adempimento degli accordi la parte inadempiente sia tenuta a corrispondere all'altra una determinata prestazione, solitamente una certa somma di denaro.

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Si tratta di una soluzione che le parti hanno a disposizione per stabilire anticipatamente l'importo del danno risarcibile in caso di inadempimento del contratto, a prescindere dalla prova del danno e salva la possibilità di pattuire la risarcibilità del danno ulteriore. Questo tipo di clausola, come detto, è sicuramente vessatoria ai sensi della normativa in precedenza richiamata.

Ascensore in condominio e recesso anticipato dal contratto. La clausola che prevede un corrispettivo per il recesso anticipato.

Nel caso di specie, tuttavia, la clausola pattuita tra l'impresa di manutenzione dell'impianto di ascensore e il condominio, per quanto contenuta in un più ampio articolo del contratto, che trattava anche della penale per inadempimento, disciplinava l'eventualità che il cliente recedesse anticipatamente dal contratto, facoltizzando tale opzione ma, allo stesso tempo, prevedendo un indennizzo parametrato al numero di mesi per i quali non vi sarebbe stata l'esecuzione del contratto e, quindi, l'incasso, da parte dell'impresa, del corrispettivo contrattualmente pattuito.

Il contratto in questione aveva infatti una durata pluriennale e il corrispettivo annuale era stato stabilito anche sulla base di questa circostanza.

Di conseguenza un recesso anticipato avrebbe comunque comportato un mancato guadagno per l'impresa. Ecco perché era stata ammessa la possibilità per il cliente di recedere anticipatamente dal contratto soltanto a condizione di versare all'impresa un indennizzo di ammontare predeterminabile.

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Il carattere non vessatorio di questo tipo di clausole.

Il Tribunale di Bologna, correggendo l'impostazione seguita dal Giudice di Pace, ha quindi ritenuto che una clausola siffatta non sia né formalmente né sostanzialmente vessatoria. Quanto al primo aspetto, la conclusione discende pianamente dalla mancata previsione di questa clausola nell'art. 33 del Codice del consumo.

Dal secondo punto di vista, invece, il Tribunale ha ritenuto che nel caso di specie la clausola in questione non avesse generato un significativo squilibrio tra gli interessi delle parti.

Il meccanismo di calcolo previsto dal contratto per compensare gli effetti del recesso anticipato prevedeva una quantificazione scalare in base alle mensilità, che consentisse di contemperare l'esigenza del condominio di svincolarsi prima del tempo con il ristoro all'impresa per il mancato guadagno e lo sforzo organizzativo profuso.

In particolare, il contratto prevedeva che, per le prime 36 mensilità mancanti, fosse corrisposta una indennità pari al 45% del dovuto, mentre per le mensilità successive alle 36esima l'indennità fosse parametrata al 30% del dovuto.

Questo sistema di calcolo, secondo il Tribunale, prevedendo una quantificazione non eccedente il 50% del dovuto e, anzi, stabilendo un progressivo decremento della percentuale in ragione del maggior tempo, non poteva quindi considerarsi viziato da una manifesta eccessività dell'indennizzo richiesto al condominio consumatore.

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Scarica Trib. Bologna 14 aprile 2021 n. 946

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