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Caduta dalla bici per perdita di equilibrio, lesioni, risarcimento danni, condominio

Caduta dalla bici per perdita di equilibrio in un condominio, conseguenze
TRIBUNALE DI NAPOLI, sentenza del 26 maggio 2010 

Nella sentenza si legge:

“Affinché sia applicabile la presunzione di cui all'art. 2051 cod. civ. occorrono, com’è noto, due presupposti, e cioè: a) che la domanda di risarcimento sia rivolta contro il "custode" della cosa; b) che il danno lamentato sia stato cagionato "dalla cosa".

È necessario, pertanto, esaminare questi elementi, onde accertare se essi ricorrano nel caso di specie.

A) Custode della cosa è non solo il proprietario, ma chiunque eserciti un potere di fatto sulla cosa stessa. Non vi è dubbio quindi che il convenuto Condominio Parco XXX YYY sia "custode", ai sensi dell’art. 2051 cod. civ., delle parti comuni relative al complesso condominiale, nel cui novero rientra altresì il cortile e la rampa di accesso ai locali “garages” dove in data 19 settembre 2003 ebbe a cadere il tredicenne Meviox Dx. Sussiste dunque nel caso di specie il primo dei tre requisiti sopra indicati.

B) Occorre in secondo luogo stabilire se l'evento dannoso sia stato cagionato esclusivamente dal fatto del danneggiato o dal fatto del terzo.
Deve premettersi che, in materia di responsabilità civile, il criterio della immediatezza e diretta discendenza della conseguenza dannosa dal fatto illecito (fissato dall'art. 1223 cod. civ.) è diretto a disciplinare il problema della rapporto di causalità tra fatto di danno e conseguenze di cui l'autore deve rispondere, ma non riguarda il diverso problema del nesso causale tra condotta illecita ed evento dannoso.

In altri termini, mentre l'art. 1223 cod. civ. disciplina l'entità del risarcimento dovuto dal danneggiante, limitando il principio della condicio sine qua non, il problema della sussistenza di un nesso eziologico tra condotta illecita ed eventus damni è disciplinato, anche in materia civile, dagli artt. 40 e, soprattutto, 41 comma primo, del Codice Penale.

Pertanto, procedendo col metodo della cosiddetta condotta alternativa corretta, ovvero della prognosi postuma, imposto dalla norma suddetta, è agevole accertare che la condotta della danneggiata - in tesi - non ha avuto efficacia causale esclusiva nella determinazione dell'evento dannoso.

Infatti non la caduta in sé è stata causa delle lesioni, ma il fatto che essa sia stata a sua volta determinata (nella prospettazione attorea) da una pavimentazione insidiosa, in ragione della presenza sia di sconnessioni, che di un dislivello dovuto alla presenza di una rampa per l’accesso ai locali “garages”, posti nel piano interrato.

C) Occorre ora stabilire se il danno sia stato arrecato non già "con la cosa", bensì "dalla cosa". Sussiste questo requisito, quando la cosa in custodia non entra come mera occasione nel processo produttivo del danno, ma è essa stessa causa o concausa del danno, vuoi perché arrecato dalla cosa direttamente, in ragione del suo intrinseco potere (cosiddetto dinamismo intrinseco della cosa), vuoi perché arrecato da un agente o processo dannoso insorto od eccitato nella cosa medesima (Cass. 12 giugno 1973 n. 1698; Cass. 28 marzo 2001, n. 4480).

Così, ad esempio, è danno arrecato "con la cosa", risarcibile ex art. 2043 cod. civ., la lesione cagionata dolosamente con un corpo contundente; è danno arrecato "dalla cosa" la lesione cagionata dall'esplosione di una bombola di gas liquido.

Deve, al riguardo, premettersi come l'art. 2051 cod. civ. non contempli distinzioni di sorta, cosicché la relativa disciplina concerne il danno arrecato da qualsiasi tipo di cosa, sia essa dinamica, inerte, pericolosa per natura od innocua (Cass. 23 ottobre 1990 n. 10277; Cass. 15 novembre 1996 n. 10015).

Nel caso in esame, tuttavia, è da escludersi che il danno sia stato arrecato direttamente dalla cosa, ovvero da un agente dannoso insorto in essa.

Infatti la pavimentazione ed il dislivello sopra menzionati hanno comunque avuto un ruolo meramente passivo nella codeterminazione del sinistro, la cui cause in senso tecnico (secondo quanto espresso sopra, alla lettera B), sono state in realtà altre due: la perdita di equilibrio del minore che si trovava a bordo della propria bicicletta, e l'allegata insidiosità della superficie di calpestio (circostanza, quest'ultima, la quale potrebbe in teoria far sorgere una responsabilità del custode per colpa omissiva ex art. 2043 cod. civ. consistente nell'omessa adeguata manutenzione del cortile, ma non già ex art. 2051 cod. civ.).

Come noto, la giurisprudenza non ha fornito risposte sempre univoche al tormentato tema dei danni derivati direttamente o indirettamente da cose inerti (come ad esempio, nel caso di cadute, scivolate od inciampi su pavimenti bagnati od irregolari, scale, gradini, rampe, moquette con lembi sollevati, urti contro vetrate non visibili, e più in generale tutte le ipotesi di lesioni personali derivanti dall'uso delle altrui proprietà immobiliari, siano esse pubbliche o private).

In particolare, è controverso se in questi casi il danno possa ritenersi arrecato "dalla cosa", e quindi se ad essi sia applicabile l'art. 2051 cod. civ.

A tale problema un primo e prevalente orientamento dà soluzione negativa. Si ritiene, infatti, che nel caso di cadute o scivolate su un pavimento o sulle scale, o comunque nell'altrui proprietà, quest'ultima non può ritenersi "causa" del danno, perché l'immobile riveste un ruolo del tutto passivo nella produzione dell'evento, e dunque la fattispecie può essere disciplinata unicamente - ricorrendone i presupposti - dall'art. 2043 cod. civ.

Ha osservato, in particolare, la giurisprudenza di legittimità, che "quando la cosa svolge solo il ruolo di occasione dell'evento, ed è svilita a mero tramite del danno in effetti provocato da una causa ad essa estranea, che ben può essere integrata dallo stesso comportamento del danneggiato, si verifica il cosiddetto fortuito incidentale, idoneo ad interrompere il collegamento causale tra la cosa ed il danno".

In questi casi, il giudizio sull'autonoma idoneità causale del fattore esterno, estraneo alla cosa, va tuttavia adeguato alla natura della cosa ed alla sua pericolosità, nel senso che tanto meno essa è intrinsecamente pericolosa e quanto più la situazione di possibile pericolo è suscettibile di essere prevista e superata attraverso l'adozione delle normali cautele da parte del danneggiato, tanto più incidente deve considerarsi l'efficienza causale del comportamento imprudente del medesimo (Cass. 9 febbraio 2004, n. 2430).

Così, in applicazione di tale principio: Cass. 9 febbraio 2004, n. 2430 ha escluso l'applicabilità dell'articolo 2051 cod. civ. con riferimento ai danni riportati da una persona che era caduta in una botola aperta, ben visibile; Cass. 4 novembre 2003, n. 16527 ha escluso l'applicabilità dell'articolo 2051 cod. civ. con riferimento ai danni riportati da una persona che aveva urtato contro un ramo d'albero collocato sul ciglio di una strada, in condizioni di visibilità; Cass. 17 gennaio 2001, n. 584 ha escluso l'applicabilità dell'art. 2051 cod. civ. al caso del cliente di un supermercato che, spingendo il carrello nel piazzale antistante l'esercizio commerciale, non si avvedeva della presenza di una buca sul manto stradale, nella quale si incastrava una ruota del carrello, determinando la caduta del cliente; Cass. 24 novembre 1979, n. 6148 e Cass. 24 gennaio 1975, n. 280 hanno escluso l'applicabilità dell'art. 2051 cod. civ. ai danni subiti dal cliente di una banca scivolato sul pavimento bagnato, affermando che tale norma non può trovare applicazione nell'ipotesi di danni che non derivino dalla cosa in sé, ma da comportamenti dolosi o colposi di chi la detiene; con la stessa motivazione, Cass. 23 marzo 1992, n. 3594 ha escluso l'applicabilità dell'art. 2051 cod. civ. ai danni subiti da un avvocato nel discendere da una pedana in un'aula di giustizia; Cass. 27 marzo 1972, n. 987 ha escluso l'applicabilità dell'art. 2051 cod. civ. in materia di danni subiti dal cliente di un negozio scivolato sul pavimento umido; Cass. 16 febbraio 1976, n. 506 ha escluso l'applicabilità dell'art. 2051 cod. civ. ai proprietari di alberghi per i danni subiti da clienti caduti nella hall; Cass. 6 luglio 1978, n. 3364, inedita, ha escluso l'applicabilità dell'art. 2051 cod. civ. ai proprietari di alberghi per i danni subiti da clienti caduti su un tappeto; Cass. 1° giugno 1995, n. 6125, ha escluso l'applicabilità dell'art. 2051 cod. civ. ai proprietari di alberghi per i danni subiti da clienti caduti nella doccia.

Nello stesso senso è orientata la giurisprudenza di merito del tutto prevalente. Si vedano, al riguardo: Tribunale di Roma 16 aprile 2003, la quale ha escluso l'applicabilità dell'articolo 2051 cod. civ. nel caso di un passeggero scivolato sul pavimento bagnato della toilette di un aeroporto; Tribunale di Roma 27 marzo 2001, la quale ha escluso l'applicabilità dell'articolo 2051 cod. civ. nel caso di danni subiti da una persona scivolata mentre percorreva la rampa di acceso ad un ospedale, resa sdrucciolevole dalla pioggia; Tribunale di Roma 22 febbraio 1997, in nel caso di danni patiti dal giocatore di calcetto che, disputando una partita, era finito per la foga del gioco contro una inadeguata recinzione del campo stesso; Pretura di Roma, 20 marzo 1997, la quale ha escluso l'applicabilità dell'articolo 2051 cod. civ. nel caso di una persona caduta nel percorrere le scale condominiali; Tribunale di Cassino 6 agosto 1997, la quale ha escluso l'applicabilità dell'articolo 2051 cod. civ. nel caso di danni provocati da una caduta determinata dallo stato di degrado del pubblico marciapiede; Tribunale di Roma 12 novembre 1997 la quale ha ritenuto applicabile l'art. 2043 cod. civ., e non l'art. 2051 cod. civ., ai danni subiti da un tennista, inciampato in una buca presente sul campo di gioco; Tribunale di Roma 23 febbraio 2003, la quale ha ritenuto l'articolo 2051 cod. civ. inapplicabile all'ipotesi di danni subiti dal cliente di un albergo, scivolato nel box doccia.

Questo giudice, ovviamente, non sconosce come la giurisprudenza di legittimità, in altre ipotesi, si sia discostata dall'orientamento tradizionale suddetto, ritenendo applicabile la presunzione di cui all'art. 2051 cod. civ. anche alle ipotesi in cui la cosa abbia avuto un ruolo meramente passivo nell'eziogenesi del danno.

In particolare: Cass. 20 maggio 1998, n. 5031 ha ammesso l'applicabilità della presunzione di cui all'art. 2051 cod. civ. nel caso di una insegnante, scivolata su un chicco d'uva presente sul pavimento dell'aula scolastica; Cass. 15 novembre 1996, n. 10015, ha ammesso l'applicabilità dell'art. 2051 cod. civ. in una fattispecie in cui il cliente di un supermercato era scivolato sul pavimento sporco del magazzino; Cass. 28 ottobre 1995, n. 11264, ha cassato la decisione di merito con la quale il giudice di merito aveva escluso l'applicabilità dell'articolo 2051 cod. civ. all'ipotesi di un giocatore di tennis, inciampato durante una partita in una buca esistente sul campo; Cass. 23 ottobre 1990, n. 10277, ha ritenuto applicabile la presunzione di cui all'art. 2051 cod. civ. nel caso di un arbitro di calcio che, mentre faceva la doccia dopo la partita, si era ferito con la scheggia di un lavabo rotto, rimasta infissa nel muro).

In tutte queste sentenze, in sintesi, la giurisprudenza di legittimità ha fondato la propria decisione sulle seguenti argomentazioni: a) la responsabilità ex art. 2051 cod. civ. non presuppone l'accertamento di una violazione degli obblighi gravanti sul custode, ma esige unicamente l'accertamento del nesso causale tra la cosa ed il danno; b) alcuna rilevanza assume, ai fini dell'applicabilità dell'art. 2051 cod. civ., che la cosa in custodia abbia o meno natura pericolosa; c) pertanto, una volta stabilito che il convenuto sia effettivamente il custode della cosa, e che il danno sia stato cagionato da questa (vuoi perché pericolosa ex se, vuoi perché in essa si è innestato ab externo un agente dannoso) diventa onere del custode stesso fornire la prova del caso fortuito, e cioè della assoluta imprevedibilità dell'evento dannoso.

Tuttavia, lo scrivente magistrato, nel perdurare del contrasto giurisprudenziale sopra delineato, ha aderito ed aderisce all'orientamento tradizionale. E ciò per i diversi ordini di motivi che, di seguito, si vanno ad esporre.

In primo luogo, infatti, se pure è indubitabile che la presunzione di cui all'art. 2051 cod. civ. trovi applicazione anche con riferimento ai danni causati da cose in sé non pericolose, il problema della applicabilità della presunzione alle cose non pericolose non può essere confuso col diverso problema della sussistenza di un valido nesso causale tra la cosa ed il danno.

Detto altrimenti, una volta accertato che la cosa alla quale viene ricondotta la genesi del danno abbia natura pericolosa, non può dirsi che, per ciò solo, essa sia stata la causa del danno.

In secondo luogo, l'orientamento qui in contestazione trascura di considerare un aspetto essenziale, e cioè che nel caso di cadute od urti contro cose di proprietà altrui, queste hanno un ruolo meramente passivo nella produzione causale del danno, e dunque esse costituiscono semplicemente "occasione", e non "causa", di quest'ultimo.

In terzo luogo, la tesi sostenuta dal secondo degli orientamenti sopra riassunti sembra provare troppo: ove, infatti, si ammettesse l'applicabilità dell'art. 2051 cod. civ. anche con riferimento ai danni arrecati da cose inerti suscitate dall'uomo, l'art. 2051 cod. civ. diverrebbe norma di applicazione generalissima e costante, con esclusione dei soli casi di danni corpore corporibus illata (così, ad esempio, chi è stato picchiato con un bastone altrui potrebbe invocare l'art. 2051 cod. civ. nei confronti del proprietario del bastone: l'evidente reductio ad absurdum suscita serie perplessità sul principio affermato nelle sentenze di legittimità che precedono).

Infine, è opportuno aggiungere che ritenere applicabile l'art. 2051 cod. civ. ad ipotesi come quelle di specie produrrebbe una inammissibile conseguenza: tutti coloro che, a qualsiasi titolo, entrino in contatto con cose altrui, potrebbero omettere di usare qualsiasi prudenza od attenzione nell'usarne, invocando poi la presunzione di legge (difficilissima da superare, in quanto richiede la prova positiva del caso fortuito o del fatto del terzo) per ottenere il risarcimento dei danni eventualmente subiti. Così, come chiarito dalla recente giurisprudenza di merito (cfr.

Tribunale di Roma, 4 giugno 2005), ove si condividesse la tesi sostenuta dall’orientamento di legittimità sopra indicato, la presunzione di cui all'art. 2051 cod. civ. potrebbe essere invocata: a) da colui che, ioci causa, decida di salire di corsa ad occhi chiusi una rampa di scale; b) da colui che decida di estrarre a mani nude un oggetto dal fuoco dell'altrui caminetto; c) da colui che si diverta a congiungere tra indice e pollice i poli positivo e negativo del circuito elettrico dell'altrui abitazione.

Anche in questi casi, dunque, l'evidente reductio ad absurdum, palesando la non condivisibilità della conseguenza, dimostra senza dubbio la fallacia della premessa.

Pertanto, non è possibile concludere se non ribadendo che, secondo l'orientamento prevalente del giudice di legittimità e della giurisprudenza di merito, l'art. 2051 cod. civ. può trovare applicazione soltanto quando il danno sia stato arrecato o dal dinamismo intrinseco della cosa stessa, ovvero da un agente dannoso in essa insorto.

Deve, invece, escludersi l'applicabilità dell'art. 2051 cod. civ. nelle ipotesi in cui la res abbia avuto un ruolo del tutto inerte e passivo nella causazione del danno, come appunto nel caso di cadute o scivolate sull'altrui pavimento, sulle altrui scale, nell'altrui esercizio commerciale, eccetera (in questo senso si vedano, ex permultis e per quanto concerne la giurisprudenza di legittimità, Cass. 3408/1969; Cass. 2020/1970; Cass. 987/1972; Cass. 280/1975; Cass. 506/1976; Cass. 3364/1978; Cass. 9 novembre 1978, n. 5133; Cass. 24 novembre 1979, n. 6148; Cass. 25 maggio 1994, n. 5083; Cass. 1° giugno 1995, n. 6125; per quanto riguarda, invece, la giurisprudenza di merito, cfr. Tribunale di Roma 20 aprile 2002, Lauro c.

Condominio p.za Sanmicheli 3; Tribunale di Roma 27 marzo 2001; Tribunale di Roma 28 ottobre 1998, Lonigro c. SI.., inedita; Tribunale di Roma 24 ottobre 1996, Ricci c. De Fazio, inedita; Tribunale di Roma 7 gennaio 1997, Mazzotta c. condominio v.

Teano 247, inedita; Tribunale di Roma 3 febbraio 1997, Sabatini c. condominio v. suor C. Donati 15/A, inedita; Tribunale di Roma 5 giugno 1997, Ripani c. condominio v. LM. aroi 31, inedita; Tribunale di Roma 30 giugno 1998, Giagu c.

Condominio Via Foster 121, inedita; Pretura di Roma 20 marzo 1997; Tribunale di Cassino 6 agosto 1997, alcune delle quali già sopra citate).

Da ultimo, occorre porre in rilievo come la recente giurisprudenza di merito, con riguardo fattispecie del tutto analoghe a quella presa in esame ai fini della presente controversia, abbia avuto modo di chiarire come l'art. 2051 cod. civ. possa trovare applicazione soltanto quando il danno sia stato arrecato o dal dinamismo intrinseco della cosa stessa, ovvero da un agente dannoso in essa insorto.

Deve invece escludersi l'applicabilità dell'art. 2051 cod. civ. nelle ipotesi in cui la res abbia avuto un ruolo del tutto inerte e passivo nella produzione causale del danno, come appunto nel caso di cadute o scivolate sull'altrui pavimento, sulle altrui scale, nell'altrui esercizio commerciale (cfr., in tal senso, Tribunale di Roma, 7 novembre 2004).

Orbene, alla luce delle testimonianze assunte nel corso del giudizio, l’accaduto può essere ricostruito nei seguenti termini: una sera del mese di settembre dell’anno 2003, il tredicenne Meviox Dx si trovava a bordo della propria bicicletta circolando all’interno del cortile relativo al complesso condominiale sopra menzionato quando, mentre stava affrontando la curva prima della rampa di accesso ai locali “garages”, perdeva l’equilibrio a causa del dislivello dovuto all’esistenza di tale rampa e cadeva riportando lesioni (cfr., al riguardo, le deposizioni fornite da ambedue le testimoni escusse nel corso del presente giudizio).

Esclusa, dunque, l'applicabilità al caso di specie della presunzione di cui all'art. 2051 cod. civ., resta da esaminare se sia stata dimostrata la illiceità dell'operato del condominio convenuto, sotto il profilo di cui all'art. 2043 cod. civ.

È opportuno ricordare, al riguardo, che il risarcimento del danno cagionato da insidia o trabocchetto si inquadra nell'ambito di operatività dell'art. 2043 cod. civ., e postula, com’è noto, l'esistenza di una situazione di pericolo occulto connotata dal carattere obbiettivo della non visibilità e da quello soggettivo della sua imprevedibilità.

Oggettività del pericolo ed impercettibilità dello stesso costituiscono i due elementi essenziali della nozione di insidia, che debbono essere necessariamente compresenti perché insorga una responsabilità del custode ai sensi dell'art. 2043 cod. civ. (cfr., in tal senso, Cass. 8 aprile 1997, n. 3041).

Ciò premesso in punto di diritto, si rileva, in fatto, come nel caso di specie l'infortunio, asseritamente dovuto alla insidiosità della pavimentazione del cortile, è avvenuto in un luogo senza dubbio sufficientemente illuminato (cfr., al riguardo, le stesse allegazioni svolte nell’atto di citazione introduttivo del presente giudizio, dove è stato evidenziato come l’evento dannoso si sia verificato nel mese di settembre dell’anno 2003, alle ore 19,00 circa e, dunque, certamente in condizioni di buona illuminazione naturale).

In simili condizioni di tempo e di luogo, una responsabilità per colpa del condominio convenuto potrebbe essere affermata soltanto laddove potesse ritenersi dimostrato, al di là di ogni ragionevole dubbio, che il dislivello dovuto alla presenza della rampa sopra più volta menzionata si sottraesse, se del caso con una sorta di effetto illusionistico, ad una normale visibilità e percezione.

Tuttavia, dalle deposizioni fornite dalle testimoni escusse nell’ambito del presente giudizio alcun elemento di certezza risulta essere emerso in ordine alla non visibilità oggettiva di dislivello di cui si tratta, elemento circostanziale che, peraltro, nemmeno risulta essere stato specificamente allegato dagli attori a sostegno della pretesa risarcitoria avanzata nei confronti del convenuto Condominio Parco XXX YYY (cfr., al riguardo, le allegazioni in fatto sviluppate nell’ambito dell’atto di citazione introduttivo del presente giudizio, nonché nella memoria depositata in Cancelleria in data 7 novembre 2005, ai sensi dell’art. 183, comma quinto, cod. proc. civ.).

E ciò non senza considerare come la teste sig.ra MEVIOX LX, sorella del minore infortunato, oltre ad evidenziare, nel corso della propria deposizione resa all’udienza del 4 maggio 2007, che la propria famiglia risiedeva nel Condominio Parco XXX YYY da circa undici anni (e, dunque, già dal 1996), ha altresì posto in rilievo la circostanza secondo cui il suddetto dislivello tra il cortile condominiale e la rampa di accesso ai locali “garages” fosse già presente al momento in cui tale famiglia ebbe a trasferirsi all’interno del complesso condominiale sopra indicato.

Pertanto, dovendo ritenersi, in ragione delle considerazioni già sopra svolte, che l’ambiente era sufficientemente illuminato e che il dislivello a causa del quale il tredicenne Meviox Dx ebbe a perdere l’equilibrio ed a cadere dalla propria bicicletta fosse ben noto sia a quest’ultimo che ai suoi genitori, deve certamente escludersi che tale dislivello costituisse un pericolo connotato dal requisito oggettivo della non visibilità e da quello soggettivo della non prevedibilità.

In definitiva, le prove testimoniali assunte non permettono affatto di ritenere provato, al di là di ogni ragionevole dubbio (ed anzi, consentono in realtà di escludere), che il dislivello tra il cortile condominiale e la rampa di accesso ai locali “garages”, indicato nell’atto di citazione introduttivo del presente giudizio, non potesse essere avvistato e percepito con l'uso dell'ordinaria diligenza.

Del resto, la stessa teste sig.ra Meviox Lx, nel corso della propria escussione all’udienza del 4 maggio 2007, non ha omesso di porre in rilievo come nessuno degli altri bambini che, a bordo delle proprie biciclette, stavano circolando in cortile al momento dell’evento dannoso e che pure affrontarono la curva prima del dislivello sopra più volte indicato, ebbe a cadere a causa di quest’ultimo, precisando altresì come la caduta del fratello (il minore Meviox Dx, all’epoca dei fatti tredicenne) fosse stata determinata dal fatto che quest’ultimo con la propria bicicletta impegnò la curva passando proprio nel punto in cui tale dislivello era più accentuato e ripido, così finendo con il perdere l’equilibrio e cadere.

In conclusione, alla luce delle molteplici considerazioni finora svolte, la domanda risarcitoria proposta dagli attori sigg. Meviox Ax e De Caiox Bx, nella qualità di genitori esercenti la potestà sul minore Meviox Dx è da ritenersi non soltanto priva di fondamento, fattuale e giuridico, ma altresì sfornita di prova e, come tale, deve essere senza dubbio rigettata.

La complessità delle questioni, fattuali e giuridiche affrontate dalla presente decisione, unitamente alla natura della presente controversia ed all’esito della stessa costituiscono, complessivamente considerati, motivi idonei a giustificare l’integrale compensazione delle spese di lite, ai sensi di quanto disposto dall’art. 92, comma secondo, cod. proc. civ., con l’unica eccezione di quelle relative al compenso già liquidato in atti in favore del Consulente Tecnico d’Ufficio e che, già provvisoriamente poste a carico degli attori, devono essere fatte gravare, in via definitiva, su questi ultimi, in solido tra loro.”

Font sentenza: banca dati IUS SIT
www.iussit.eu

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Alfea Caprini
Alfea Caprini 17-01-2021 17:25:27

buongiorno,
gradirei avere delle delucidazionini in merito alla scelta di un nuovo amministratore.
nel mio condominio alcuni condomini hanno deciso di revocare l'attuale amministratore. hanno indetto una convocazione di assemblea straordinaria in base all'art.66 alla quale hanno allegato un solo preventivo di un altro amministratore. il preventivo non è completo in quanto viene specificato solamente il suo compenso annuo. lo stesso amministratore, lo specifica nel preventivo, che per avere un preventivo più dettagliato, deve fare un sopralluogo per vedere l'entità del condominio e l'esigenze dei condomini. Cio non è stato fatto e atuutt'oggi non abbiamo alcun riferimento. tra l'altro è l'unico preventivo in nostro possesso. la mia domanda è: bisogna consultare più preventivi, per fare poi la scelta di quello che più ci aggrada? I preventivi devono avere le stesse voci per poterli raffrontare? A quanto so, mi è stato detto che una cernita dei preventivi è stata fatta dai condomini che hanno indetto l'assemblea, è giusto che gli altri condomini siano allo scuro di tutto ciò, quindi all'assemblea viene presentato l'unico preventivo,per altro non completo, e quindi costretti per forza a scegliere quello allegato alla convocazione. Cosa bisogna fare nel caso ci fossero delle contestazioni di tutti gli altri condomini? Devono soccombere o possono ritenere non corretta la modalità usata, nonchè aver ricevuto una convocazione non a norma in quanto in calce alla convocazione i condomini che hanno indetto l'assemblea non hanno neppure firmato la stessa? Vi ringrazio in anticipo di una vs. cortese risposta in merito. Caprini Alfea

rispondi
Avv. Alessandro Gallucci
Avv. Alessandro Gallucci 17-02-2021 08:41:23

A meno che non vi siano particolari condizioni stabilite dal vostro regolamento condominiale, no, non è necessario che siano presenti più preventivi.
chiaramente più dettagliata è l'offerta del preventivo, più "su misura" rispetto allo specifico condominio, meglio è.
poi è l'assemblea, con le maggioranze di legge, a decidere se sostituire l'amministratore in carica e con chi.

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