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Cause condominiali e legittimazione dell'amministratore: chiesto nuovamente l'intervento delle Sezioni Unite
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Cause condominiali e legittimazione dell'amministratore: chiesto nuovamente l'intervento delle Sezioni Unite

Cassazione: vicenda della legittimazione passiva a stare in giudizio dell'amministratore di condominio

Avv. Alessandro Gallucci  

Era agosto quando pareva che le Sezioni Unite avessero posto la parola fine all’annosa vicenda della legittimazione passiva a stare in giudizio dell’amministratore di condominio. Secondo la Cassazione l’amministratore, nella cause che esorbitavano dalle sue attribuzioni ed al solo fine d’evitare d’incorrere in decadenze, poteva impugnare gli atti giudiziari sfavorevoli salvo il dovere di ottenere l’autorizzazione assembleare a costituirsi in giudizio (Cass. SS.UU. n. 18831/10).

Passano poco meno di 4 mesi e la stessa Suprema Corte, disattendendo il principio espresso dalle Sezioni Unite e riabbracciando l’orientamento fino ad allora maggioritario, afferma che “ la legittimazione dell’amministratore del condominio dal lato passivo ai sensi dell’art. 1131, secondo comma, cod. civ. non incontra limiti e sussiste, anche in ordine all’interposizione d’ogni mezzo di gravame che si renda eventualmente necessario, in relazione ad ogni tipo d’azione, anche reale o possessoria, promossa nei confronti del condominio da terzi o da un singolo condomino (trovando un tanto ragione nell’esigenza di facilitare l’evocazione in giudizio del condominio, quale ente di gestione sfornito di personalità giuridica distinta da quella dei singoli condomini) in ordine alle parti comuni dello stabile condominiale” (Cass. 10 novembre 2010, n. 22886).

Sul finire dell’anno una nuova richiesta di remissione alle Sezioni Unite d’una causa relativa alla legittimazione dell’amministratore a stare in giudizio. Questa volta la materia del contendere è la legittimazione ad impugnare per Cassazione una sentenza che dichiara l’invalidità d’una deliberazione assembleare.

Affermano i giudici di legittimità che le sezioni unite di questa Corte, con le sentenze n. 18331 e 18332 del 6 agosto 2010, nel comporre il contrasto emerso nella giurisprudenza di. legittimità in ordine all'interpretazione dell'art. 1131 c.c., hanno ritenuto che la norma abilita l’amministratore del condominio, relativamente alle liti passive, a costituirsi in giudizio e a impugnare la sentenza eventualmente sfavorevole, senza necessità di autorizzazione da parte dell'assemblea, soltanto se l’oggetto della controversia ee compreso nei limiti delle sue attribuzioni, stabiliti dall'art. 1130 c.c. essendo altrimenti necessaria l’autorizzazione dell'assemblea; l’orientamento di gran lunga prevalente, seguito in precedenza, era invece nel senso di una generale e incondizionata "legittimazione processuale" dell'amministratore, nelle cause in cui il condominio fosse convenuto, indipendentemente dalla materia su cui vertessero (v., per tutte, Cass. 16 aprile 2007 n. 9093); da questo indirizzo soltanto in due occasioni questa Corte si era discostata (v, Cass. 26 novembre 2004 n. 22294 e 25 gennaio 2006 n. 1422), sicché é mancata una elaborazione giurisprudenziale in merito all'individuazione delle azioni promosse nei confronti del condominio, esorbitanti dalle attribuzioni dell'amministratore; in particolare, non risulta che sia stata specificamente affrontata la questione se possano considerarsi - o non - attinenti all'ambito delle suddette attribuzioni le cause di impugnazione di deliberazioni assembleari, come quella di cui qui di tratta: se cioè il compito di eseguire le deliberazioni dell'assemblea dei condomini, che è demandato dall'art. 1130 c.c., n. 1 all'amministratore, includa in ipotesi anche quello di propugnarne in giudizio la legittimità, quale che sia il loro oggetto; la questione può apparire di particolare importanza, sia per la sua novità, sia per il gran numero delle controversie in cui si pone, sicché va disposta la trasmissione degli atti al Primo Presidente, perché valuti l’opportunità di assegnare la causa alle sezioni unite” (così Cass. 21 dicembre 2010 n. 25877).

Si tratta, quindi, d’aspettare una decisione che, vista la complessità della materia, siamo sicuri avrà modo di far discutere e non poco.

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