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Apposizione d'impianti o cose su parti dell'edificio di proprietà esclusiva altrui: profili d'illegittimità e conseguenze
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Apposizione d'impianti o cose su parti dell'edificio di proprietà esclusiva altrui: profili d'illegittimità e conseguenze

Apposizione d'impianti o cose su parti comuni: il condomino può sfruttare a proprio vantaggio le proprietà esclusive altrui

Avv. Alessandro Gallucci  

Ogni condomino ha diritto d’usare la propria unità immobiliare nel modo che ritiene più consono alle proprie esigenze (restando salvi i divieti previsti dal regolamento condominiale e/o dalle legge vigenti).

Medesimo discorso per ciò che concerne le parti comuni dell’edificio con il limite invalicabile del pari diritto per gli altri condomini.

In questo contesto, com’è stato egregiamente evidenziato dalla Suprema Corte di Cassazione il pari uso della cosa comune non postula necessariamente il contemporaneo uso della cosa da parte di tutti i partecipanti alla comunione, che resta affidata alla concreta regolamentazione per ragioni di coesistenza; che la nozione di pari uso del bene comune non è da intendersi nel senso di uso necessariamente identico e contemporaneo, fruito cioè da tutti i condomini nell’unità di tempo e di spazio, perché se si richiedesse il concorso simultaneo di tali circostanze si avrebbe la conseguenza della impossibilità per ogni condomino di usare la cosa comune tutte le volte che questa fosse insufficiente a tal fine (così, su tutte, Cass. 16 giugno 2005 n. 12873).

Diverso il caso in cui il condomino intenda usare, per trarne beneficio in relazione alla propria unità immobiliare, le porzioni di piano di altri comproprietari.

E’ lecito tutto ciò? Se si in che modi ed entro quali limiti?

La risposta, semplice e concisa è la seguente: il condomino può sfruttare a proprio vantaggio le proprietà esclusive altrui nei limiti in cui ciò gli venga concesso dalla controinteressato o la legge gliene dia facoltà. Ancor più semplicemente ogni comproprietario potrà, convenzionalmente o per legge, chiedere o pretendere l’istituzione di una servitù.

Ricordiamo per completezza che “ la servitù prediale consiste nel peso imposto sopra un fondo per l'utilità di un altro fondo appartenente a diverso proprietario” (art. 1027 c.c.). Da tenersi separata dalla servitù vera e propria è quella c.d. irregolare nella quale non l’utilità non è legata direttamente alla proprietà ma alla persona che ne usufruisce.

Il diritto di servitù è stato definito come diritto reale tipico a contenuto atipico in quanto l’effettiva servitù da istituirsi non è compresa nel novero di un elenco tassativo presente in atti legislativi ma deve essere valutato caso per caso.

Qualche esempio in un senso e nell’altro chiarirà la portata di quest’affermazione.

Si pensi alla necessità d’agganciare una tenda da sole ad un balcone aggettante. È cosa nota che in questi casi la soletta debba considerarsi di proprietà esclusiva del titolare dell’appartamento del quale il balcone rappresenta un allungamento.

Chiedere il permesso d’apporre i ganci vuol dire ottenere la concessione d’un diritto di servitù poiché l’utilità che si andrà a guadagnare inerisce direttamente la propria unità immobiliare consentendo un miglior godimento della stessa.

Diversamente chiedere ed ottenere il diritto di parcheggiare la propria autovettura in uno spazio di pertinenza esclusiva d’un vicino vuol dire procurasi un vantaggio puramente personale che non spiega alcun effetto in relazione alla propria porzione di piano.

In entrambi i casi, la mancanza del necessario consenso del controinteressato, consente a quest’ultimo di agire per ottenere l’accertamento e la cessazione dell’uso illegittimo del suo bene.

Cerca: proprietà servitù propria

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