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Lo scarico dei pluviali condominiali sulle terrazze a livello di proprietà costituisce una servitù di stillicidio
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Lo scarico dei pluviali condominiali sulle terrazze a livello di proprietà costituisce una servitù di stillicidio

Lo scarico dei pluviali che convogliano le acque meteoriche provenienti dal lastrico solare condominiale sulle terrazze a livello dei proprietari delle abitazioni ubicate al primo piano.

Avv. Alessandro Gallucci  

Lungo la facciata di un edificio scorrono dei pluviali che convogliano le acque meteoriche provenienti dal lastrico solare condominiale sulle terrazze a livello dei proprietari delle abitazioni ubicate al primo piano.

La situazione è questa fin dalla costruzione del palazzo.

Lo scolo delle acque, vista la conformazione dello stato dei luoghi, specie nel caso di piogge di forte intensità, fa sì che i terrazzi siano soggetti ad allagamento; ciò oltre che causare danni, contribuisce in modo determinante al più veloce logorio del piano di calpestio e dell'impermeabilizzazione dei terrazzi medesimi.

Che cosa si può e che cosa si deve fare?

Innanzitutto è bene inquadrare la fattispecie concreta in una norma di legge. Sussunzione sotto una norma, si dice in gergo.

Lo scarico dell'acqua tramite dei pluviali può essere inquadrato nell'ambito delle servitù.

Ai sensi dell'art. 1027 c.c. la servitù prediale consiste nel peso imposto sopra un fondo per l'utilità di un altro fondo appartenente a diverso proprietario.

=> La servitù prediale dev'essere sempre provata dal proprietario del fondo dominante

Più nello specifico si tratta di una servitù di stillicidio, ossia del diritto per il proprietario del fondo dominante di far scolare le acque su quello servente. L'utilità è rappresentata proprio dallo scolo e quindi dalla possibilità di eliminare in questo modo le acque in eccesso.

Esattamente, si tratta di una servitù di stillicidio costituita per destinazione del padre di famiglia; anche sul punto vale la pena ricordare che

La destinazione del padre di famiglia ha luogo quando consta, mediante qualunque genere di prova, che due fondi, attualmente divisi, sono stati posseduti dallo stesso proprietario, e che questi ha posto o lasciato le cose nello stato dal quale risulta la servitù.

Se i due fondi cessarono di appartenere allo stesso proprietario, senza alcuna disposizione relativa alla servitù, questa s'intende stabilita attivamente e passivamente a favore e sopra ciascuno dei fondi separati (art. 1062 c.c.).

Nel caso di specie la destinazione del padre di famiglia è data dal fatto che il palazzo era così fin dall'origine (pluviali inclusi) e che quindi l'originario unico proprietario l'aveva lasciato in quel modo al momento della prima cessione e quindi della costituzione del condominio.

In questo contesto fattuale e giuridico, per riprendere le domande iniziali che cosa si può fare, che cosa si deve fare e chi deve farlo?

Il proprietario del fondo servente non deve fare nulla per consentire l'esercizio della servitù (così detto principio servitus in facere consistere nequit).

Al contrario spettano al proprietario del fondo dominante (nel caso di specie il condominio) tutte le opere necessarie per conservare la servitù. Ciò è stabilito da un preciso articolo di legge, vale a dire l'art. 1069 c.c. Queste ultime si sostanziano in tutti quegli interventi di manutenzione ordinaria e straordinaria che l'esercizio della servitù rende necessari per continuare ad utilizzarla.

D'altra parte non si può arrivare all'assurdo che la servitù distrugga il fondo servente.

=> La servitù può essere opposta al neo-proprietario del fondo servente solo se è stato trascritta o citata nel contratto

Cerca: servitù pluviali proprietario

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