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L'interpretazione del regolamento è opera di competenza del giudice di merito
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L'interpretazione del regolamento è opera di competenza del giudice di merito

L'interpretazione del regolamento condominiale è opera di competenza del giudice di merito e la Cassazione non sempre può intervenire

Avv. Alessandro Gallucci  

Il condominio Alfa è dotato di un regolamento di natura contrattuale che specifica, non proprio chiaramente, quali siano le cose che devono essere considerate di proprietà comune.

In considerazione di questa lacuna sorgono spesso contrasti in merito alla competenza dell’assemblea a prendere decisioni con riferimento alla conservazione d’un sottoscala. Non è chiaro, infatti, se questa parte dell’edificio debba essere considerata comune o di proprietà esclusiva di Tizio, titolare dell’appartamento Gamma.

Sta di fatto che a seguito di alcune tensioni tra i comproprietari, la disputa sfocia in una causa.

In entrambi i gradi di merito i giudici, sulla base dello stato degli atti, convengono che il sottoscala deve’essere considerato parte di proprietà comune: il sottoscala dev’essere considerato di proprietà comune e quindi l’assemblea del condominio ha tutto il diritto di decidere cosa è giusto.

Il condomino, a quel punto, fa ricorso in Cassazione: il giudice d’appello ha mal interpretato il regolamento.

Ebbene questo ricorso non sempre può essere considerato fondato: il motivo ruota tutto attorno a ciò che si chiede al giudice di legittimità.

Per spiegare meglio quest’ultima frase prendiamo a prestito un passaggio di una recente sentenza della Corte di Cassazione resa in materia d’interpretazione degli atti d’acquisto di edifici in condominio in relazione all’individuazione delle parti comuni; in sostanza un caso analogo a quello che abbiamo usato come esempio.

Si legge nella sentenza che “ l'opera dell'interprete, infatti, mirando a determinare una realtà storica ed obiettiva, qual è la volontà delle parti espressa nel contratto, è tipico accertamento in fatto istituzionalmente riservato al giudice del merito, censurabile in sede di legittimità soltanto per violazione dei canoni legali d'ermeneutica contrattuale posti dall'art. 1362 c.c., e segg., oltre che per vizi di motivazione nell'applicazione di essi; pertanto, onde far valere una violazione sotto entrambi i due cennati profili, il ricorrente per cassazione deve, non solo, come già visto, fare esplicito riferimento alle regole legali d'interpretazione mediante specifica indicazione delle norme asseritamente violate ed ai principi in esse contenuti, ma è tenuto, altresì, a precisare in qual modo e con quali considerazioni il giudice del merito siasi discostato dai canoni legali assuntivamente violati o questi abbia applicati sulla base di argomentazioni illogiche od insufficienti.

Di conseguenza, ai fini dell'ammissibilità del motivo di ricorso sotto tale profilo prospettato, non può essere considerata idonea - anche ammesso ma non concesso lo si possa fare implicitamente - la mera critica del convincimento, cui quel giudice sia pervenuto, operata, come nella specie, mediante la mera ed apodittica contrapposizione d'una difforme interpretazione a quella desumibile dalla motivazione della sentenza impugnata, trattandosi d'argomentazioni che riportano semplicemente al merito della controversia, il cui riesame non è consentito in sede di legittimità (e pluribus, da ultimo, Cass. 9.8.04 n. 15381, 23.7.04 n. 13839,21.7.04 n. 13579, 16.3.04 n. 5359, 19.1.04 n. 753)” (Cass. 20 febbraio 2012 n. 2412)

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