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Richiesta risarcimento danni subiti per la morte di due condomini  per occlusione di una condotta fumaria
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Richiesta risarcimento danni subiti per la morte di due condomini per occlusione di una condotta fumaria

Occlusione della condotta fumaria e conseguente dispersione di monossido di carbonio, responsabilità del condominio

 

In tema di responsabilità civile per i danni cagionati da cose in custodia, la fattispecie di cui all’art. 2051 c.c., individua un’ipotesi di responsabilità oggettiva, essendo sufficiente per l’applicazione della stessa la sussistenza del rapporto di custodia tra il responsabile e la cosa che ha dato luogo all’evento lesivo, senza che assuma rilievo in sé la violazione dell’obbligo di custodire la cosa da parte del custode, la cui responsabilità è esclusa solo dal caso fortuito.

Detto fattore attiene non ad un comportamento del responsabile, ma al profilo causale dell’evento, riconducibile in tal caso non alla cosa, che ne è fonte immediata, ma ad un elemento esterno, recante i caratteri dell’imprevedibilità e dell’inevitabilità.

Una volta ritenuto che nella responsabilità aquiliana, il nesso di causalità materiale è regolato dalle norme penalistiche (salvo il diverso standars probatorio in sede civile “del più probabile che non”), non può poi decamparsi da esse allorché si tratti del caso fortuito, previsto dall’art. 45 c.p., che esclude la punibilità di “chi ha commesso il fatto per caso fortuito o forza maggiore”.

La dottrina e la giurisprudenza penalistiche tradizionali ritenevano che il caso fortuito presupponesse il nesso causale e che esso operasse nell’ambito della colpevolezza, quale causa di esclusione della stessa (ed in questi termini sembra muoversi anche la sentenza civile n. 3651/06).

Sennonché, da oltre quaranta anni, la dottrina penalistica dominante ritiene che il fortuito costituisca una causa di esclusione del nesso causale in quanto l’art. 45 c.p., nel far seguire al verbo “ha commesso” la preposizione “per”, sta ad indicare “a causa di”.

In ogni caso la suddetta dottrina rileva, in modo pienamente condivisibile, che solo la concezione del fortuito come esclusione del nesso causale si coordina con il precedente art. 41 cpv. c.p., secondo cui le cause sopravvenute escludono il rapporto di causalità, quando sono state da sole sufficienti a determinare l’evento e soprattutto con il principio di regolarità causale o causalità adeguata.

Infatti la considerazione oggettiva del fortuito, inteso come avvenimento obbiettivamente non prevedibile come verisimile, è l’unica compatibile con la teoria della causalità adeguata.

Il punto è che qui anche l’imprevedibilità dell’evento va osservata oggettivamente, cioè sul piano causale, e serve a porre in relazione tra loro accadimenti sulla base del calcolo delle probabilità.

Non si tratta di stabilire se il custode potesse o meno prevedere l’evento dannoso con l’ordinaria diligenza dell’uomo medio, ma di valutare se verosimilmente, in quelle circostanze di tempo e di luogo, l’evento fosse da mettere in relazione alla custodia ed in quale misura.

La giurisprudenza costante ritiene che la responsabilità del custode, ai sensi dell’art. 2051 c.c. è esclusa dall’accertamento positivo che il danno è stato causato dal fatto del terzo o dello stesso danneggiato, il quale ha avuto efficacia causale esclusiva nella produzione del danno (Cass. 21/10/2005, n. 20359; Cass. 23/10/1998, n. 10556).

Per ottenere l’esonero dalla responsabilità, al custode è richiesta la prova che il fatto del terzo abbia i requisiti dell’autonomia, dell’eccezionalità, dell’imprevedibilità, dell’inevitabilità, quindi, dell’idoneità a produrre l’evento, escludendo fattori causali concorrenti (Cass. 27/01/2005, n. 1655; Cass. 4/02/2004, n. 2062; Cass. 21/10/2005, n. 20359).

A tal fine va osservato che diverse sono le conseguenze tra causa ignota e fatto del terzo rimasto ignoto. Nel primo caso per la persistenza dell’incertezza sull’individuazione della concreta causa del danno, pur essendo certo che esso deriva dalla cosa, la responsabilità rimane a carico del custode in quanto il fatto ignoto non è idoneo ad eliminare il dubbio in ordine allo svolgimento eziologico dell’accadimento (Cass. 02/02/2006, n. 2284).

Se è invece è certo che l’evento dannoso si è verificato per fatto del terzo rimasto ignoto, in questo caso, essendo interrotto il nesso causale tra la cosa e l’evento dannoso, il custode non risponde del danno (Cass. 15.2.1982, n. 365).

L’individuazione precisa del terzo non costituisce un elemento essenziale per la prova dell’interruzione del nesso eziologico. Naturalmente l’impossibilità di indicare la persona del terzo non deve essere confusa con l’incertezza sull’effettivo ruolo che un terzo abbia avuto nella produzione dell’evento. In questo secondo caso, infatti viene a mancare la prova del caso fortuito.

Quanto al fatto del terzo che integri l’uso improprio o anomalo della cosa, la giurisprudenza afferma che un uso improprio del terzo o del danneggiato, cioè diverso rispetto a quella che era la sua normale destinazione, esclude qualsiasi responsabilità del custode (cfr. Cass. 15 ottobre 2004, n, 20334; Cass. 10 agosto 2004, n. 15429; (Cass. 6 ottobre 2000, n. 13337).

Lo stesso dovere del custode di segnalare il pericolo connesso all’uso della cosa si arresta di fronte ad un’ipotesi di utilizzazione impropria o anomala la cui pericolosità sia talmente evidente ed immediatamente apprezzabile da chiunque, tale da renderla del tutto imprevedibile, sicché siffatta impropria utilizzazione esclude il nesso di causalità per gli effetti di cui all’art. 2051 c.c., (Cass. 21/10/2005, n. 20359; Cass. 06/10/2000, n. 13337).

Con riferimento a fattispecie analoghe a quella in esame, e cioè relative all’invocata responsabilità del condominio per danni all’immobile di proprietà esclusiva degli attori condomini, (derivante in quelle fattispecie dall’occlusione della colonna fecale da parte di altro condomino) questa Corte ha ritenuto di dover escludere la responsabilità del condominio (Cass. 23/10/1998, n. 10556); e ciò vale anche allorché tale condomino rimanga ignoto. 5.1.Diversa è la circostanza in cui l’uso anomalo della cosa da parte del terzo si sia esteriorizzato, e, quindi, si sia stabilizzata la trasformazione della cosa da normale in cosa pericolosa, per effetto del prolungato uso anomalo.

In questa ipotesi alla precedente relazione di custodia se ne è sostituita un’altra del custode con la cosa nel nuovo stato.

Ciò comporta che il custode, che aveva astrattamente la possibilità di avvedersi dell’evoluzione e di evitare la produzione di eventi dannosi, non potrà trincerarsi dietro il caso fortuito del fatto del terzo avvenuto in precedenza, poiché egli non è più custode della cosa quale era, ma quale è.

Solo in questo caso il danno subito dal danneggiato da una parte rientra nella serie causale prevedibile e dall’altra è evitabile dal custode della cosa modificata, in quanto svoltosi in area non sottratta alla sua nuova sfera di custodia.

La Corte di merito nella fattispecie ha effettuato corretta applicazione di tali principi, affermando che vi era stato un uso anomalo da parte del proprietario dell’appartamento locato ai congiunti degli attori, per aver il primo collegato lo scarico dei gas dello scaldabagno alla condotta di raccolta ed allontanamento dei vapori e dei gas, provenienti dagli apparecchi di cottura dei cibi, e che tale utilizzazione anomala della canna di aspirazione contrastava con le caratteristiche proprie della canne fumarie (di cui alle norme UNI CIG 7129/72).

Riteneva la corte di merito che tale condotta del proprietario dell’appartamento, costituisse un uso imprevedibile ed anomalo della condotta, ignota all’amministratore, che non aveva il potere di ispezione degli appartamenti dei vari condomini, e quindi, una condotta del terzo, che, per la sua imprevedibilità integrava il caso fortuito.

Sulla base di tale ricostruzione fattuale, di stretta competenza del giudice di merito, non sussiste il lamentato vizio di violazione di legge.

Altra questione è poi quella sostenuta dai ricorrenti, secondo cui effettivamente tale uso anomalo era noto all’amministratore. Il giudice di merito ha ritenuto che tale uso, quanto meno relativamente all’appartamento in questione, fosse imprevedibile da parte dell’amministratore e quindi del condominio.

La censura dei ricorrenti, secondo cui dalle deposizioni testimoniali raccolte risulterebbero elementi diversi da quelli ritenuti dal giudice di appello, si risolve in un vizio revocatorio, ex art. 395 n. 4 c.p.c..

Il ricorso per cassazione proposto sulla base di una ricostruzione dei fatti diversa da quella stabilita dalla sentenza impugnata - ovvero fondato sull’affermazione che il giudice del merito abbia erroneamente presupposto fatti inesistenti o comunque contrastanti con le risultanze testimoniali oppure abbia erroneamente ritenuto non contestata una circostanza di causa - è inammissibile, configurando ipotesi di travisamento dei fatti, contro cui è esperibile solo il rimedio della revocazione ai sensi dell’art. 395, n. 4, cod. proc. civ. (Cass. 03/02/2000, n. 1195; Cass. 10/03/2006, n. 5251; Cass. 30.1.2003, n. 1512). 6.2.In ogni caso l’accertamento della idoneità e sufficienza dell’attività del danneggiato o di un terzo a costituire la causa esclusiva dell’evento dannoso - che consente di superare la presunzione della responsabilità del custode ex art. 2 051 cod. civ, nonché di escludere il concorso di colpa del medesimo - è rimesso al giudice del merito, il cui giudizio, se adeguatamente motivato, è incensurabile in sede di legittimità (Cass. 02/02/2006, n. 2284).

Nella fattispecie ritiene questa Corte che la ricostruzione dei fatti adottata dalla corte di merito sia immune da censure rilevabili in questa sede di sindacato di sola legittimità.

Peraltro va osservato che la stessa ricostruzione fattuale secondo cui l’occlusione della canna sarebbe stata determinata da detriti derivanti da opere di ristrutturazione degli appartamenti non identificati sovrastanti, finiti accidentalmente nella canna, finisce per creare un nesso casuale tra il comportamento di un terzo (rimasto ignoto) e l’evento dannoso, che egualmente costituisce caso fortuito, che esclude la responsabilità del custode.

Infondata è anche la censura dei ricorrenti secondo cui erroneamente erano state poste a loro carico la metà delle spese processuali del secondo grado anche nei confronti dei chiamati in causa da parte dei convenuti e non da loro.

È giurisprudenza costante che il rimborso delle spese processuali sostenute da chi sia stato chiamato in garanzia dal convenuto, legittimamente viene posto a carico dell’attore, ove questi risulti soccombente nei confronti del convenuto in ordine a quella pretesa che ha provocato e giustificato la chiamata in garanzia e sempre che non risulti la soccombenza del chiamato ovvero del chiamante, a nulla rilevando la mancanza di un’istanza di condanna in tal senso. (Cass. 28/08/2007, n. 18205; Cass. 21/03/2008, n. 7674).

Quindi va dichiarato improcedibile il ricorso principale di C.G*** e va rigettato il ricorso principale di C.R*** , G.Q***. , I.B.*** e Q.C.****

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