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Non punibile l’amministratore che non ha proposto ricorso d’urgenza ex articolo 700 Cpc per ordinare lavori urgenti alla canna fumaria di una pizzeria

Incendio da canna fumaria, non è punibile l’amministratore di condominio se i condomini non gli hanno dato il via libera per rimuovere il pericolo

Cass. Sez. III Pen. , Sentenza del 13/01/2012, n. 886
 

I poteri dell'amministratore derivano direttamente dalla legge (comprese la "legitimatio ad causam" e quella "ad processum"), e l'obbligo di intervento da parte dell'amministratore di un condominio, a tutela delle parti comuni dell'edificio condominiale, prescinde dalla provenienza del pericolo.
 
Nel reato colposo omissivo improprio, il rapporto di causalità tra omissione ed evento non può ritenersi sussistente sulla base del solo coefficiente di probabilità statistica, ma deve essere verificato alla stregua di un giudizio di alta probabilità logica, 'sicché esso è configurabile solo se si accerti che, ipotizzandosi come avvenuta l'azione che sarebbe stata doverosa ed esclusa l'interferenza di decorsi causali alternativi, l'evento, con elevato grado di credibilità razionale, non avrebbe avuto luogo ovvero avrebbe avuto luogo in epoca significativamente posteriore o con minore intensità lesiva'.
(Nella caso di specie, per intervenuta prescrizione, è stato dichiarato non punibile l’amministratore che non ha proposto ricorso d’urgenza ex articolo 700 Cpc per ordinare lavori urgenti alla canna fumaria di una pizzeria adiacente al condominio, completamente sprovvista di qualsiasi limitazione del calore, che in seguito ha causato un incendio nello stabile)
 
Nella sentenza si legge:
 
"- Il ricorso è meritevole di considerazione nei termini di seguito precisati. Il parametro di valutazione della fondatezza del primo motivo di ricorso non può che essere rappresentato dai dettami della sentenza di annullamento con rinvio di questa S.C. ove, pur annullando per motivi diversi da quelli indicati dal ricorrente (che aveva puntato ad escludere, in capo all'amministratore, l'esistenza di una posizione di garanzia) si era finito per rilevare che comunque, la decisione impugnata andava rivista.
 
Più precisamente, per un verso, era stato affermato che i poteri dell'amministratore derivano direttamente dalla legge (comprese la 'legitimatio ad causami' e quella 'ad processum'), e che l'obbligo di intervento da parte dell'amministratore di un condominio, a tutela delle parti comuni dell'edificio condominiale, prescinde dalla provenienza del pericolo'. Per altro verso, però, la prima sentenza della Corte d'appello era stata ritenuta inadeguata sul piano motivazionale non essendo stati in essa precisati né i contenuti della condotta che avrebbe dovuto concretamente tenere l'amministratore né l'esistenza di un nesso causale tra la mancata tenuta di quel certo comportamento e l'evento verificatosi.
 
Rivisitando la sentenza qui impugnata, alla luce di quelle indicazioni nonché delle critiche qui mosse dal ricorrente deve concludersi che, effettivamente, la Corte d'appello ha, anche in sede di rinvio, sviluppato una motivazione incongrua nella quale non è stato adeguatamente tenuto conto dei contenuti delle due assemblee condominiali - evocate dal ricorrente che (a differenza di quanto le era stato espressamente indicato in sede di rinvio da questa S.C.) non ha esaminato nella loro complessità tralasciando di prendere in considerazione, in particolare, la circostanza che la volontà assembleare, non solo non era stata diretta a conferire alcun mandato alle liti, ma, addirittura, sembrava rivolta nella direzione opposta.
 
È sufficiente ricordare la chiarezza delle affermazioni contenute in quella sentenza circa il fatto che la decisione che fu allora rivista 'avrebbe dovuto puntualmente indicare le circostanze di fatto, desumibili da detto verbale (quello dell'assemblea condominiale del 10.12.01 ndr) rivelatrici di una situazione di allarme, avvertita come tale anche dai condomini.... tenendo conto, al riguardo del testo completo del verbale in argomento (richiamato dal ricorrente) e non della sola parziale formulazione evidenziata a pag. 13 della sentenza'.
 
Orbene, mutatis mutandis, si può dire che anche la decisione qui impugnata, presta il fianco alla medesima censura per la parzialità con cui ha considerato i verbali di assemblea condominiali dai contenuti - come sopra detto - addirittura opposti al'idea che l'assemblea avesse preso atto della esistenza di una situazione di allarme ed avesse sollecitato l'adozione di una iniziativa giudiziaria.
 
Tutto ciò rende ancora più assertivo ed indimostrato l'avere ribadito, da parte dei giudici di appello, il fatto che la condotta cui il G. sarebbe stato tenuto era rappresentata dall'attivazione di una procedura di urgenza ex art. 700 c.p.c..
 
La 'doverosità' di tale condotta è, infatti, tutta da dimostrare visto e considerato anche che risultava esservi stato un interessamento da parte delle autorità competenti (Comune ed asl) che non poteva essere semplicemente considerato - come fatto -'irrilevante'.
 
A tutto concedere, poi, non è nemmeno infondata la censura del ricorrente a proposito delle pretesa decisività della omissione in termini di causa/effetto. A riguardo, la sentenza impugnata si limita ad affermare che - ove il G. avesse adito il giudice civile - sarebbe stato 'altamente probabile in linea logica' che il B. ed il R. si sarebbero attivati eseguendo i lavori e prevenendo il verificarsi dell'incendio.
 
In realtà, con tale affermazione, i giudici di merito eludono le indicazioni fornite dalla S.C. in sede di annullamento quando hanno richiamato la decisione di queste S.U. (su 10.7.02, Franzese, Rv. 222138) ed, in particolare, il concetto ivi espresso in base al quale, nel reato colposo omissivo improprio, il rapporto di causalità tra omissione ed evento non può ritenersi sussistente sulla base del solo coefficiente di probabilità statistica, ma deve essere verificato alla stregua di un giudizio di alta probabilità logica, 'sicché esso è configurabile solo se si accerti che, ipotizzandosi come avvenuta l'azione che sarebbe stata doverosa ed esclusa l'interferenza di decorsi causali alternativi, l'evento, con elevato grado di credibilità razionale, non avrebbe avuto luogo ovvero avrebbe avuto luogo in epoca significativamente posteriore o con minore intensità lesiva'.
 
A ben vedere, invece, l'asserzione circa l’'alta probabilità logica' ribadisce suggestivamente le parole della S.C. ma si risolve in una mera petizione di principio.
 
Il vero è che le critiche che il ricorrente muove alla sentenza impugnata non risultano manifestamente infondate (come pure deve dirsi del secondo motivo sicuramente giustificato ed assorbito dall'accoglimento del primo) e tale apprezzamento, di fronte alla sopraggiunta maturazione del termine prescrizionale, preclude la possibilità di un nuovo annullamento con rinvio della decisione in discussione ed impone, al contempo, una declaratoria di tale causa di non punibilità.
 
Peraltro, è stato già affermato in questa sede di legittimità (sez. II 22.3.11, curtopelle, Rv. 250020; Sez. vi, 3.6.09, Tamborrini, Rv. 244533) che, nell'ipotesi in cui la Corte di cassazione riscontri, unitamente alla causa estintiva della prescrizione del reato, un vizio di motivazione della sentenza di condanna impugnata, deve annullarla senza rinvio ai fini penali e, 'ove la sentenza contenga la condanna al risarcimento del danno in favore della parte civile, annullarne anche le statuizioni civili con rinvio al giudice civile competente per valore in grado di appello'.
 
Nello statuire in tal senso, si demanda alla Corte d'appello civile anche la liquidazione delle spese sostenute in appello, ed in questo grado, dalla parte civile."
 
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