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Il condomino (ed il comunista) può agire per la tutela del bene comune
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Il condomino (ed il comunista) può agire per la tutela del bene comune

Ecco perchè ciascun condomino ha diritto di difendere le cose comuni

Avv. Alessandro Gallucci  

E possibile che il proprietario di un'unità immobiliare ubicata in condominio, o comunque il comproprietario di un bene, il quale avveda che altro comproprietario sta facendo un uso illegittimo dei beni comuni gli faccia causa per risolvere il problema?

Secondo la Corte di Cassazione si, il comproprietario ha questo genere di poteri e prerogative; gli ermellini hanno ribadito tale assunto nella sentenza n. 20990, depositata in cancelleria il 6 ottobre 2014.

La pronuncia appena citata riprende un principio consolidato in seno alla giurisprudenza di legittimità che può essere così riassunto: ciascun condomino ha diritto di difendere le cose comuni.

Il caso di specie è lontano dai litigi che avvengono nei condomini urbani: in questo caso alcuni comproprietari di una stradella ad uso agricolo litigavano per il modo in cui uno di essi utilizzava tale ben comune (utile a tutti quanti per accedere ai propri fondi).

Uno di essi, il convenuto, eccepiva la necessità d'integrare il contraddittorio tra tutti i comproprietari; tale richiesta veniva respinta in sede di merito e considerata infondata dalla Suprema Corte.

Secondo la Corte regolatrice – che per confermare l'inutilità del contraddittorio tra tutti i comproprietari nei casi come quello a lei sottoposto ha richiamato una sentenza da essa stessa resa nel 1994 – “ciascun condomino convenuto in rivendica può stare autonomamente in giudizio, non occorrendo alcuna integrazione del contraddittorio, salva l'ipotesi, estranea alla fattispecie, che il condomino convenuto eccepisca la titolarità esclusiva del bene stesso, dovendosi in tal caso consentire a tutti gli altri condomini di confutare tale assunto” (Cass. 6 luglio 1994 n. 6699).

È sempre utile ricordare che ciascun comproprietario ha diritto di usare la cosa comune nel modo che gli è più utile (art. 1102 c.c.) ma se ciò comporta un danno per la cosa o comunque una restrizione del medesimo diritto d'ogni altro comproprietario, ognuno di questi può far causa al primo per vedere cessato la lesione del proprio diritto.

La tutela dei beni comuni dopo l'entrata in vigore della riforma del condominio

L'art. 1102 c.c. appena citato è sempre stato applicato anche con riferimento alle questioni condominiali, in ragione del richiamo alle norme sulla comunione contenute nell'art. 1139 c.c.

Con l'entrata in vigore della riforma del condominio (legge n. 220/2012), l'applicazione dell'art. 1102 c.c. alle cause condominiali deve intendersi parzialmente superato in ragione dell'introduzione nel codice dell'art. 1117-quater c.c., dedicato alla Tutela delle destinazioni d'uso, il quale recita:

In caso di attività che incidono negativamente e in modo sostanziale sulle destinazioni d'uso delle parti comuni, l'amministratore o i condomini, anche singolarmente, possono diffidare l'esecutore e possono chiedere la convocazione dell'assemblea per far cessare la violazione, anche mediante azioni giudiziarie.

L'assemblea delibera in merito alla cessazione di tali attività con la maggioranza prevista dal secondo comma dell'articolo 1136.

La norma sancisce chiaramente il diritto del singolo condomino ad agire per la cessazione dell'uso lesiva della destinazione d'uso d'un bene comune.

L'art. 1102 c.c., pare utile ricordarlo, resta sempre applicabile in tutti i casi in cui l'uso da parte del condomino non lede la destinazione d'uso, ma preclude l'uso stesso da parte degli altri (es. occupazione di tutti i parcheggi disponibili).

=> Cambio di destinazione d'uso delle parti comuni: alcune semplici indicazioni

Scarica Cass. 6 ottobre 2014 n. 20990

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